Con la menopausa le donne sono più esposte al rischio di sviluppare il tumore dell’ovaio, purtroppo le visite ginecologiche col passare degli anni sono meno frequenti, proprio quando sarebbe opportuna una sorveglianza gli appuntamenti si diradano. Desta interesse, in questo senso, la notizia che utilizzando il PAP test (citologia vaginale, raccolta indolore di cellule dal collo dell’utero e dal canale cervicale) sarebbe possibile incrementare la possibilità di individuare tumori dell’ovaio in fase precoce, smascherandoli per tempo attraverso tecnologie di sequenziamento del DNA. L’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, con lungimiranza, ha studiato nel tempo un gruppo di donne che hanno sviluppato un tumore ovarico, identificando nei campioni biologici avviati al test di Papanicolau tracce della proteina P53 alterata, la stessa mutazione che si ritrova nel tumore ovarico.

I risultati dell’indagine, realizzata in collaborazione con l’Ospedale San Gerardo di Monza e l’Università di Milano-Bicocca, sono stati pubblicati su Jama. “Si tratta di uno studio retrospettivo – osserva Maurizio D’Incalci, che dirige il Dipartimento di Oncologia dell’Istituto Mario Negri – nel quale è stata dimostrata la presenza di DNA tumorale, che deriva dal carcinoma ovarico, in PAP test prelevati dalle pazienti affette da tumore ovarico anni prima della diagnosi. Questo ci indica che le analisi molecolari avrebbero potuto consentire teoricamente di svelare il rischio anche al fine di diagnosticare il tumore. Credo che in futuro, perfezionando questo test, si potranno salvare tantissime vite umane. Per questo attiveremo rapidamente ampie collaborazioni per valutare il test su un grande numero di casi”.

Il carcinoma ovarico è il sesto tumore più diffuso tra le donne. Le pazienti non presentano sintomi specifici e la diagnosi avviene in fase tardiva. Se il tumore ovarico viene diagnosticato allo stadio iniziale la possibilità di sopravvivenza a 5 anni è del 75-95%. L’ipotesi di partenza dello studio è consistita nel fatto che dalla tuba di Falloppio dove nascono la maggior parte dei carcinomi sierosi dell’ovaio si potevano staccare, fin dalle fasi precoci, cellule caratteristiche che, raggiunto il collo dell’utero, potevano essere prelevate con un test di screening come il Pap test.

Oggi sappiamo che le cellule acquisiscono peculiari mutazioni nel Dna, a carico della proteina Tp53, un gene che funge da guardiano. Robert Fruscio, Professore Associato di Ginecologia e Ostetricia dell’Università di Milano- Bicocca e responsabile clinico della sperimentazione presso l’Ospedale San Gerardo di Monza, sottolinea che “nelle pazienti che hanno mutazioni di BRCA1 o 2, con un’alta probabilità di ammalarsi di carcinoma dell’ovaio, una raccolta prospettica di PAP test è già iniziata e questo ci consentirà di verificare la validità della metodica in tempi ragionevolmente brevi”.