Una donna con il burqa (Ansa)
Una donna con il burqa (Ansa)
Si sa che è sempre l’ultima a morire, ma la speranza che dopo vent’anni la nuova generazione di talebani sia diversa da quella che impose il tallone di ferro dell’integralismo islamico più rigido all’Afghanistan, si è quasi del tutto dissolta in meno di due giorni. Coperta dai colpi di fucile che hanno falciato la folla che ieri protestava a Jalalabad: le fonti ufficiali oscillano tra i 3 e i 5 morti, molti di più, forse 35, secondo testimoni, più vari feriti. Ma il conto delle vittime cambia sino a un certo punto il quadro. I "nuovi talebani" non intendono sopportare dissensi: lo dimostra la scelta dei miliziani di aprire il fuoco, in una delle città simbolo dell’indipendenza afghana, sulla gente che urlava il suo disaccordo per la sostituzione della bandiera nazionale con quella degli studenti...

Si sa che è sempre l’ultima a morire, ma la speranza che dopo vent’anni la nuova generazione di talebani sia diversa da quella che impose il tallone di ferro dell’integralismo islamico più rigido all’Afghanistan, si è quasi del tutto dissolta in meno di due giorni. Coperta dai colpi di fucile che hanno falciato la folla che ieri protestava a Jalalabad: le fonti ufficiali oscillano tra i 3 e i 5 morti, molti di più, forse 35, secondo testimoni, più vari feriti. Ma il conto delle vittime cambia sino a un certo punto il quadro. I "nuovi talebani" non intendono sopportare dissensi: lo dimostra la scelta dei miliziani di aprire il fuoco, in una delle città simbolo dell’indipendenza afghana, sulla gente che urlava il suo disaccordo per la sostituzione della bandiera nazionale con quella degli studenti coranici issata in una piazza cittadina. "Non ci sarà affatto un sistema democratico perché non ha alcuna base nel nostro Paese" dice Waheedullah Hashimi, alto esponente talebano.

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E non serve perdere tempo con assemblee costituenti e modelli istituzionali: "Non discuteremo quale tipo di sistema politico dovremo applicare in Afghanistan perché è chiaro. È la legge della Sharia e basta", avverte nelle ore in cui l’ex presidente del Paese, Hamid Karzai – su richiesta di alcuni governi occidentali – cerca di trovare un accordo con i miliziani per la formazione di un "governo inclusivo".

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Non sembra destinato a venir rinnegato nemmeno quello che fu il gesto più clamoroso dei vecchi talebani guidati dal mullah Omar: la distruzione delle storiche statue dei Buddha scolpite nella roccia nella valle di Bamiyan. Il figlio di Omar, oggi numero due dei “nuovi“ e almeno in teoria più moderato e ragionevole, non appare intenzionato di fatto a cambiare strada. Sempre nello stesso distretto, l’incubo torna a materializzarsi visto che, proprio in queste ore hanno decapitato con una granata la statua di Abdul Ali Mazari, un eroe sciita anti talebano.

Ma l’elemento più critico, quello che spaventa di più il mondo e terrorizza in particolare la metà femminile dell’Afghanistan è la situazione delle donne. Nella conferenza stampa dopo la presa di Kabul il portavoce talebano, Zabihullah Mujahid, sembrava aver lasciato qualche spiraglio all’ottimismo: "Le donne saranno molte attive nella nostra società: potranno lavorare, nel contesto delle nostre leggi islamiche". La pratica sembra diversa: ieri è stata arrestata la governatrice del distretto di Charkint, Salima Mazari, nota per la sua resistenza ai miliziani. La giornalista Shabnam Dawran, conduttrice della tv di Stato afghana Rta ha denunciato di essere stata cacciata via dai talebani dal suo luogo di lavoro.

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Se a Kabul c’è il timore che a breve gli studenti islamici riappaiano nella loro veste abituale, da alcuni villaggi e cittadine lontane dalla capitale arrivano i primi racconti su come la Sharia sia già applicata con tutte le sue restrizioni e le imposizioni che conosciamo. Racconta una studentessa attivista femminista: "Le ragazze che stanno fuori città riferiscono di stupri, controlli ginecologici per accertare la verginità, liste di formazione delle donne in età fertile papabili come future mogli dei talebani".

In questa situazione migliaia di afghani, preoccupati dal ritorno dell’oscurantismo, ogni giorno affollano l’aeroporto di Kabul – teatro di spari – per fuggire dal Paese: si contano almeno 17 feriti nella calca per tentare di salire sul primo velivolo disponibile. I miliziani hanno confermato di aver aperto il fuoco per disperdere la gente.

Non è detta l’ultima parola. Qualche residua speranza nelle cancellerie occidentali ancora campeggia. L’idea che lo sforzo combinato del mondo occidentale ma anche di Russia e Cina possa quanto meno mitigare il furore integralista degli studenti delle scuole coraniche. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, quello che si prepara sembra essere un pessimo giorno.