Il Mullah Abdul Ghani  Baradar, uno dei nuovi leader talebani (Ansa)
Il Mullah Abdul Ghani Baradar, uno dei nuovi leader talebani (Ansa)

Roma, 18 agosto 2021 - L'Afghanistan è in mano ai talebani da una manciata di ore e il mondo si interroga sul vero volto del neo emirato islamico, messo in piedi dopo una cavalcata di conquista lampo da parte degli studenti  coranici: a sentire i proclami in conferenza stampa sembra profilarsi un regime quasi 'moderato', con molte aperture all'occidente e rassicurazioni alle donne (sempre secondo i rigidi dettami della Sharia, però) oltre che rivendicazioni 'pacifiche', del tipo "Abbiamo liberato l'Afghanistan e vogliamo che non sia più un campo di battaglia né terra di droga o di terrorismo".

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Sarà vero?  Cina, Russia e Turchia parlano di "messaggi positivi", mentre i Paesi occidentali si mostrano molto più prudenti. Per non parlare dei racconti agghiaccianti di chi, come le donne, vive in Afghanistan e si sente sull'orlo di un precipizio.
Di fatto dopo 20 anni il gruppo radicale islamico è tornato al potere, dopo un precedente dominio durato dal 1996 al 2001. E può essere utile andare a consultare la 'carta d'identità' dei leader talebani. Ecco i principali. 

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Haibatullah Akhundzada

E' il leader generale: uomo erudito, massimo esperto di questioni giuridiche e religiose, meno di strategia militare, il mullah è stato nominato alla guida dei talebani nel maggio 2016. La sua è stata una rapida ascesa al potere, pochi giorni dopo la morte del suo predecessore, Akhttar Mansour, ucciso da un drone americano in Pakistan. Prima della sua nomina, circolavano poche informazioni su di lui. Secondo diversi analisti, il suo sarebbe stato un ruolo più simbolico che operativo, ma in realtà Akhundzada è riuscito a ottenere in tempi rapidi una promessa di lealtà da Ayman al-Zawahiri, il capo di Al Qaeda. Quest'ultimo lo ha sopranominato "l'emiro dei credenti", consentendogli di affermare la sua credibilità nella galassia jihadista. Akhundzada ha anche avuto successo nel difficile compito di unificare il gruppo, molto diviso da una violenta lotta per il potere dopo la morte di Mansour e la rivelazione del decesso nascosto del fondatore, il mullah Omar. Nel corso degli ultimi anni Akhundzada è riuscito a mantenere la coesione del gruppo, pur rimanendo molto discreto, limitandosi a diffondere messaggi in occasione delle principali feste islamiche.

 Abdul Ghani Baradar

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E' il co-fondatore: nato nel 1968 nella provincia di Uruzgan (Sud), cresciuto a Kandahar, ha combattuto contro i sovietici negli anni '80. Dopo che i russi furono cacciati nel 1992 e il Paese venne travolto dalla guerra civile, Baradar istituì una madrasa a Kandahar con il suo ex comandante e presunto cognato, Mohammad Omar, deceduto nel 2013 e la cui morte è stata nascosta per due anni. Insieme, i due mullah hanno fondato i talebani, un movimento guidato da giovani studiosi islamici dediti alla purificazione religiosa del Paese e alla creazione di un emirato. Baradar è considerato l'artefice della vittoria militare del 1996 così come di quella odierna. Nei cinque anni di regime talebano, fino al 2001, ha ricoperto una serie di ruoli militari e amministrativi e quando l'Emirato cade, occupa il posto di vice ministro della difesa. Nel 2001, dopo l'intervento Usa e la caduta del regime talebano, Baradar avrebbe fatto parte di un piccolo gruppo di insorti pronti alla firma di un accordo con il quale riconoscevano l'amministrazione di Kabul, ma si è trattata di un'iniziativa infruttuosa. Nel 2010, quando è stato arrestato a Karachi, in Pakistan, Baradar era allora il capo militare dei talebani. Durante il suo esilio, durato in tutto 20 anni, ha saputo mantenere la leadership del movimento. Nel 2018, è stato liberato su espressa richiesta e pressione di Washington e ha firmato gli accordi di Doha. Ascoltato e rispetto dalle diverse fazioni talebane, e' stato successivamente nominato capo del loro ufficio politico, stabilito in Qatar, da dove Baradar ha portato avanti i negoziati con gli americani, che hanno portato al ritiro delle forze straniere dall'Afghanistan e ai fallimentari negoziati di pace con il governo afghano. Ora è il candidato più papabile alla presidenza del nuovo governo ad interim afghano. Soli pochi giorni fa ha lasciato Doha per raggiungere Kabul. 

Sirajuddin Haqqani

E' il capo della rete Haqqani: figlio del celebre comandante della jihad antisovietica, Jalaluddin Haqqani, Sirajuddin è il numero 2 dei talebani e il leader della potente rete che porta il nome della sua famiglia. La rete Haqqani, fondata dal padre, è ritenuta terroristica da Washington, che l'ha sempre considerata una delle fazioni più pericolose per le truppe Usa e Nato durante due decenni. La rete è nota per il suo utilizzo dei kamikaze, che hanno messo a segno gli attentati tra i più devastanti perpetrati in Afghanistan negli ultimi anni. Sirajuddin Haqqani è stato accusato dell'uccisione di alcuni importanti dirigenti afghani e di aver trattenuto degli occidentali, ostaggi poi liberati dietro pagamento di un riscatto o in cambio di prigionieri. E' successo, ad esempio, con il soldato americano Bowe Bergdahl, tornato libero nel 2014 in cambio di cinque detenuti afghani nel carcere di Guantanamo. Conosciuti per la loro indipendenza, la loro abilità a combattere e a realizzare fruttuosi affari, gli Haqqani sarebbero responsabili delle operazioni dei talebani nelle zone montuose dell'Est dell'Afghanistan e avrebbero una forte influenza sulle decisioni prese dai vertici del movimento.

Il Mullah Yaqub

Il trentenne Mohammad Yaqub è il figlio del mullah Mohammad Omar, ora defunto, che fu a capo della potente commissione militare dei talebani che stabilisce le linee strategiche nella guerra contro il governo afghano. Yaqub gode di un forte ascendente e dell'eredità del padre, oggetto di un vero culto, che fanno di lui una figura unificatrice all'interno del movimento ampio e diviso. Tuttavia ci sono molte speculazioni sul suo ruolo preciso all'interno del movimento, con alcuni osservatori che hanno considerato la sua nomina a capo della commissione nel 2020 come puramente simbolica.