Martedì 23 Aprile 2024

La scelta di Dario Solina: "Io, clown umanitario sulla via di Patch Adams. Faccio felice la gente"

Solina è allievo del celebre medico inventore della clownterapia: "Portiamo allegria dagli ospedali alle carceri, dalle scuole alle baraccopoli. La prima missione fu una settimana in Costa Rica, lì è cambiato tutto"

Roma, 26 febbraio 2024 – Da 15 anni Dario Solina è un allievo di Patch Adams. In realtà sono proprio amici, perché nella clownterapia il concetto da caserma di superiore non è contemplato. Patch Adams è il pagliaccio umanitario più famoso del mondo, reso celebre dal film del 1998 con protagonista Robin Willams. Solina, napoletano di 44 anni con due figli, ora vive in Danimarca ma gira spesso per il mondo portando la sua allegria in mezzo alla gente: dagli ospedali ai centri per rifugiati, dalle scuole alle baraccopoli.

Dario Solina con Patch Adams
Dario Solina con Patch Adams

Come si è inventato questo lavoro?

"La mia carriera professionale è stata principalmente nell’ambito delle pubblicità a Milano. Dal 2007 ho cominciato a sentire la necessità di esprimere meglio la mia creatività. Così sono partito per una conferenza di un giorno a New York, una specie di TEDx".

Ha viaggiato da Milano a New York per un seminario di un giorno?

"Esatto, il costo dell’iscrizione era di 1.200 dollari: fra un po’ non li guadagnavo in un mese. Una follia. Ma volevo risposte sul mio futuro. In realtà ero molto timido e avevo paura a parlare, così ho fabbricato magliette con scritto ‘Sono qui per cambiare la mia vita, mi aiutate?’".

Come è andata?

"Quando sono arrivato mi hanno riconosciuto subito: ero l’unico under 30 dall’Europa. Tutti in giacca e cravatta. È stata un’esperienza molto forte, ma è scoppiata la scintilla in me".

In che senso?

"Quando sono tornato in Italia la mia ragazza mi ha detto che voleva fare la volontaria per Patch Adams: ’Vieni con me?’".

Cosa ha risposto?

"Ho accettato immediatamente, ma il corso era pieno. Poi, per una serie di coincidenze nel 2008 sono partito solo io e sono rimasto tre settimane".

Così ha conosciuto Adams?

"Sì, ci ho parlato spesso all’alba, perché lui si sveglia prestissimo. Ho scoperto un uomo raro, una persona che ha deciso di essere felice tutti i giorni. Si è fatto uno schema su come raggiungere questo obiettivo, da buon americano, e lo segue pari pari, punto per punto. Da decenni".

Come è stato il vostro incontro?

"Io non avevo neanche visto il film (che Adams non apprezza, ndr ), non sapevo nulla di lui. Ma Patch mi ha illuminato. Fino a quel punto della vita ero stato un privilegiato, con una famiglia che mi copriva le spalle. In quei 21 giorni ho riflettuto molto sulla società".

Poi se ne è andato di nuovo?

"Quando ho salutato Patch ho pianto tantissimo e gli ho promesso: ’quando torno a Milano non farò finire questo stile di vita’. E Patch mi ha spiegato come fare".

E come si fa?

"Ovunque tu vai, parli con qualcuno come se fosse un tuo amico, senza dover per forza passare dai convenevoli superficiali. Crei un contatto profondo".

E lei ci è riuscito?

"Ho promesso a Patch che avrei parlato con almeno una persona al giorno e che gli avrei scritto una lettera ogni domenica, per spiegargli cosa avevo fatto".

Non una mail?

"No, Adams risponde solo alle lettere: non usa il computer. Con tutti. Scrive 400 lettere al mese, si dedica a chiunque gli voglia raccontare qualcosa. Magari ci mette del tempo a inviare la risposta, ma lo fa. È un suo progetto personale: se non avete un amico, io vi risponderò".

Questa scelta ha migliorato la sua vita?

"All’inizio è stato difficile, ero molto imbarazzato e le persone erano scettiche. Per mesi e mesi ho scritto a Patch, lui mi rispondeva da diverse parti del mondo: ’stai facendo una cosa meravigliosa, sei un grande attivista, continua’".

Poi, inizia a vestirsi da clown.

"Esatto. Nel 2009 ho partecipato a una missione umanitaria dei clown che Gesundheit! (la società di Patch Adams, ndr ) organizzava in Costa Rica. Per una settimana siamo andati in ospedali pediatrici e psichiatrici, rifugi per senzatetto, carceri, case di riposo… Così ho provato a rendere felice la gente: lì è cambiato tutto".

Esiste l’identikit del clown?

"No, tutti possono esserlo, anche se il mondo dei clown è variegato: c’è il circo, il lavoro umanitario e tanti altri settori. La nostra filosofia è considerare il costume un trucco per avvicinarsi alle persone e portare loro cure e amore".

E ora gira in tutto il mondo?

"Organizzo progetti in Usa, Perù, Ecuador, Costa Rica, Messico. A maggio per la prima volta ne faremo uno in Italia".

Come guadagnate da vivere?

"Chi partecipa ai progetti paga una quota. Non guadagniamo molto, ci torna molto di più a livello di cuore. L’organizzazione vive soprattutto di donazioni, poi Patch ha un cachet per le conferenze".