Lo zombie traballa sul marciapiede a testa china. Ha un’andatura astratta e disorganizzata, la smorfia dei predatori insoddisfatti. Cerca un segnale, un contatto, un vecchio post. Qualcosa di succulento nascosto nel rettangolo illuminato, il suo bastone da rabdomante. Lì dentro è tutto incombente e prioritario, il fuori non esiste. Nemmeno il palo della luce che va a prendere in pieno, dannato e imperfetto mondo. Non è un ragazzino. È un anziano contagiato in età adulta, la peggiore per diventare non morti. Colpa dei figli e dei nipoti che li azzannano con la scusa delle promozioni.

È facile da usare, ti cambia la vita. E un altro si aggiunge alle legioni di anime sospese che escono dai portoni come dal limbo tra il wifi di casa e le incognite della connessione. Sarà il primo pensiero del mattino e la preghiera della sera. Rari i casi di disintossicazione volontaria, dove non si può dire di avercela fatta tenendolo spento in tasca. Occorre strapparselo di dosso
e lasciarlo in un cassetto per almeno 12 ore, il tempo stabilito per il digital detox delle miss.

O partire per la Malesia senza scheda e comprarne una sul posto. È necessario un ordine di depurazione dall’alto come nelle scuole di Francia, una provocazione snob come quella di certi hotel che elencano fra gli optional di lusso l’assenza di segnale. O l’effetto sorpresa delle valli schermate dal granito dove il gps si blocca quando è troppo tardi per tornare indietro, le mute voragini marine dove l’unico richiamo è quello delle sirene.

Davanti alla sciarra di fuoco di Stromboli la ciurma ha minacciato l’ammutinamento per l’impossibilità di postare foto dei lapilli. Eolo ha scatenato tempeste su Panarea e una crisi di astinenza collettiva da Internet ha scosso l’isola dove sono bandite le auto e le sigarette fanno sfigato. Siamo andati oltre, da soli non ce la possiamo fare. Nasceranno presto i primi centri di Connessi Anonimi dove rendersi definitivamente ridicoli: «Mi chiamo Viviana e non tocco un cellulare da tre ore».

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