Los Angeles, 10 febbraio 2020 - Oscar 2020, un Oscar da ricordare. "Sai che tipo di piano non fallisce mai?", chiede il padre al figlio in "Parasite", "Nessun piano", si risponde, "e sai perché? Perché se fai un piano la vita non funziona mai così". Chissà se Bong Joon-ho aveva fatto un piano, sulla sua opera. Fatto sta che con un risultato storico e assolutamente imprevedibile è il gelido, straziante, perfetto e ferocemente anticapitalistico  "Parasite" a trionfare: il regista sudcoreano Bong Joon-ho vince quattro Oscar, i più importanti: miglior film (la prima volta per un film non in lingua inglese) e miglior regia, battendo il Martin Scorsese di "The Irishman", il Quentin Tarantino di "C'era una volta a Hollywood", il re del pianosequenza Sam Mendes di "1917" e il superfavorito Todd Phillips col "Joker" (già vincitore del Leone d'oro a Venezia) dalle 11 nomination. A "Parasite", Palma d'oro all'ultimo Cannes, anche la statuetta per il miglior film internazionale e la migliore sceneggiatura originale (non succedeva che andasse a un film non in lingua inglese dagli anni Sessanta). Stringendo l'Oscar per la regia, Bong Joon-ho ringrazia per primo il maestro che lo ispirava quando studiava cinema, Scorsese (Bong Joon-ho adora "Toro scatenato"), poi Tarantino, che lo ha sempre citato tra i suoi registi preferiti. Molto amato da Bong Joon-ho anche Visconti (e ogni riferimento di "Parasite" alla lotta di classe e a "Gruppo di famiglia in un interno" è da non sottovalutare), mentre non a caso un pezzettino d'Italia nel suo film c'è: la canzone di Gianni Morandi "In ginocchio da te", arrangiata da Ennio Morricone. La platea gli dedica una standing ovation.   

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Joaquin Phoenix, Oscar 2020 come migliore attore superannunciato per il suo "Joker"  fa un discorso da brividi, Renée Zellweger è, ovviamente, la miglior attrice per la sua interpretazione degli ultimi giorni di vita di Judy Garland. Phoenix, lungi dal ringraziare De Niro che siede lì davanti in platea e a cui in fondo s'ispira il suo Joker, o il regista Todd Phillips, si lancia in un monologo dall'emozione che si tocca, che scorre, che cresce: "Non mi sento superiore a nessuno degli altri candidati a questo premio. Però quello che voglio dire è che ho capito che noi possiamo dare voce a chi non ce l'ha, contro le diseguaglianze di genere, quelle Lgbt e quelle di ogni minoranza e quelle che, egoticamente, esercitiamo sulla natura e sugli animali. Violiamo i diritti delle razze e degli animali, ma nessuna specie ha il diritto di sfruttarne un'altra impunemente. Togliamo il vitello alla mucca, e togliamo alla mucca il suo latte per metterlo nei nostri corn flakes. Ma noi, come genere umano, possiamo essere meglio di questo, possiamo usare la nostra cultura e  il nostro cuore. Io _ continua Phoenix _  sono stato cattivo, egoista, crudele con molti che sono anche in questo teatro, eppure mi avete dato una seconda possibilità. Una possibilità di redenzione. Mio fratello (River, l'attore bravissimo morto a soli 23 anni per un'overdose nel '93, ndr) a 17 anni ha scritto: corri verso il rifugio con amore, e troverai anche la pace". Fine, e via dalla scena.      

La Zellweger, secca come un'acciuga secca, gli zigomi talmente rialzati da nasconderle gli occhi azzurri, in bianco elegantissimo, già premio Oscar come non protagonista nel 2004 ("Cold Mountain"), ringrazia anche lei Scorsese, "e tutti i nostri eroi: le donne coraggiose, gli uomini in divisa, ciò che tiene un popolo unito. Anche Judy Garland era un'eroina, questo Oscar è un'estensione del suo lavoro, della sua generosità, della sua capacità di inclusione, della sua capacità di unirci". 

L'apertura degli Oscar 2020 è affidata a un balletto in pieno stile trash Eurosong con mattatrice Janelle Monae. Meno male dura poco, e la cerimonia prende velocemente il via con Steve Martin e Chris Rock a fare battute: "c'è Brad Pitt, è come guardarsi allo specchio, c'è Scorsese: sai mi è piaciuta molto la prima stagione di The Irishman... Candidature ai neri quest'anno? Nel 1929 non c'era neanche un candidato di colore, adesso ce n'è uno: certo ne abbiamo fatti di passi in avanti...". Ed è subito il momento dell' Oscar al migliore attore non protagonista: e l'Oscar va a Brad Pitt, per "C'era una volta a Hollywood" di Quentin Tarantino, che batte Pacino e Pesci di "The Irishman", Anthony Hopkins e Tom Hanks. E' chiaro che la scena a torso nudo sul tetto della villa di DiCaprio nel film vale da sola la metà di quella statuetta, comunque il premio è altresì meritatissimo, ed è commovente vederlo lì, Brad il coraggioso ex alcolista, a ringraziare nell'ordine Tarantino, l'amico DiCaprio, il cast del film, tutti gli stuntmen, i genitori e poi, colpo al cuore: "Quest' Oscar è per i miei figli, ragazzi faccio tutto per voi. Vi adoro". Pitt è al suo secondo Oscar: il primo lo aveva ottenuto come produttore (indipendente) del film "12 anni schiavo" (2013). Ma da attore, va detto, è finalmente tutta un'altra cosa.

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Secondo previsioni, l'Oscar alla migliore attrice non protagonista è per Laura Dern, avvocatessa che assiste Scarlett Johansson nel divorzio di "Storia di un matrimonio" di Noah Baumbach: ex giovanissima musa di David Lynch la Dern, che da quando s'è lasciata dal marito musicista Ben Harper sta vivendo una seconda giovinezza da star del piccolo e grande schermo, ce la fa alla terza nomination, e ringrazia le amiche, il produttore Netflix, Noah e la moglie di Noah, Greta Gerwig, per un film che "parla d'amore, e di provare a gettare ponti sulle divisioni". L' ultima dedica è ai suoi eroi: "Ho la fortuna di averli in casa: sono mio padre e mia madre". Vale a dire l'attrice Diane Ladd _ inquadrata in lacrime nella platea del Dolby Theatre _ che a sua volta, nel corso della lunghissima carriera, ha avuto 3 nomination (una per l'"Alice" di Scorsese, un'altra per "Cuore selvaggio" di Lynch, un' altra per "Rosa scompiglio") e il padre Bruce Dern che di nomination ne ha avute due, una per migliore non protagonista ("Tornando a casa"), l'altra da protagonista, per "Nebraska". 

L'Oscar al miglior film d'animazione va senza sorprese a "Toy Story 4". Ma è una bellissima sorpresa l'Oscar che segue: miglior sceneggiatura non originale quella _ geniale e toccante _ di "Jojo Rabbit": l'autore e regista Taika Waititi, di origine neozelandese, abbandonato dal padre e cresciuto dalla madre ebrea, la dedica a "tutti i bambini che sognano".  

Con l''Oscar alla migliore scenografia, "C'era una volta a Hollywood" sale a quota 2 statuette. A "Piccole donne" di Greta Gerwig va il premio per i migliori costumi. Raggiunge presto quota due statuette "Le Mans 66: la grande sfida" (Ford vs Ferrari): sound editing e montaggio. Sale in scioltezza a quota tre Oscar "1917": sonoro,  fotografia, effetti speciali.  Miglior trucco a "Bombshell", sullo scandalo di Roger Ailes fondatore con Fox News del giornalismo fake e populista nonché molestatore seriale delle sue impiegate e giornaliste: "Grazie al coraggio di Charlize Theron che ha voluto questo film", dice il vincitore Kazu Hiro.

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Introdotto da un filmato in cui compare anche Greta Thumberg, l'Oscar al miglior documentario va al sindacalizzato "American Factory" (prodotto da Netflix e da Michelle Obama) di Julia Reichert con Steven Bognart; quello per il documentario "corto", a "Learning to skateboard in a warzone (If you are a girl)", di Carol Dysinger: salgono così sul podio almeno due registe donne: quasi una risposta a Natalie Portman, che era da poco apparsa come presentatrice su quel palco con Chalamet, indossando un abito che portava ricamati tutti i nomi delle registe meritevoli di nomination, da Sciamma a Gerwig, "snobbate" dalla stessa Academy che pure ha premiato in questa edizione la carriera di Lina Wertmuller, ricordata tra gli applausi sul palco del Dolby insieme a tutti protagonisti già celebrati nei mesi scorsi, da David Lynch a Geena Davis.

Elton John e Bernie Taupin, in coppia (musicale) dal '67, portano a casa l'Oscar per la miglior canzone originale, da "Rocketman". Per Elton è il secondo Oscar, dopo quello per il "Re Leone". 

Prima dell'inizio della cerimonia sul tappeto rosso la sorpresa è Spike Lee: indossa una giacca color viola Lakers, sui cui baveri troneggiano i due numeri: da una parte un 2, dall'altra un 4. 24. E' il suo omaggio a Kobe Bryant, che agli Oscar 2018, premiato con la statuetta per aver scritto il cortometraggio animato "Dear Basketball", ringraziò in italiano la moglie Vanessa e le figlie Gianna Maria (scomparsa con lui nell'incidente in elicottero) e Natalia e Bianka. Svettano per giovane eleganza i due attori britannici protagonisti assoluti di "1917" di Sam Mendes, fuori da ogni nomination, loro, ma sicuramente dentro ai cuori delle fan: George MacKay, già figlio di Viggo Mortensen in "Mr Fantastic", e Dean Charles Chapman, l'indimenticabile Tommen del "Trono di spade". Tra l'altro, sempre dal "Trono di spade" brilla, nelle scene finali di "1917", Richard Madden, ovvero Robb Stark (nonché Cosimo nella saga dei Medici tv). Poco lontano, capelli neri lunghi fin sulle spalle e occhialini neri Al Pacino accompagna il canuto Bob De Niro: il red carpet s'inchina davanti ai due giganti. Capelli lunghi, ma biondi e piazzati sopra un sorriso luminoso come il sole, anche per Brad Pitt, cui segue a ruota Leonardo DiCaprio, i due eroi amici di "C'era una volta ad Hollywood". 

Sfila col fratello produttore, la tutona bianca (Chanel, sì, però in pieno stile "nascondo il corpo perché il centro di me è solo la mia anima") e i suoi capelli verdi elettrici la giovanissima e supertalentuosa rockeuse Billie Eilish, fresca di sette Grammy, che annuncia di aver già realizzato la canzone per il prossimo James Bond. Dal palco del Dolby Theatre commuoverà, poche ore dopo, il mondo intero, cantando "Yesterday" (dietro di lei scorrono le immagini dei grandi scomparsi durante l'anno e non macano Piero Tosi e Franco Zeffirelli), come solo lei sa cantare. 

 

 

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