Gabriele d’Annunzio con Luisa Baccara (una delle sue amanti) e la sorella di lei, Jolanda; nella foto sotto, l’area del Vittoriale oggi
Gabriele d’Annunzio con Luisa Baccara (una delle sue amanti) e la sorella di lei, Jolanda; nella foto sotto, l’area del Vittoriale oggi
di Giordano Bruno Guerri Solo dopo il mio arrivo nel 2008 da presidente del Vittoriale ho conosciuto meglio d’Annunzio, che a scuola non ci insegnavano, e il miracolo della sua vita e della sua residenza. "Io avrei potuto benissimo vivere in una casa modesta", scrisse nell’aprile del 1886, a 23 anni, a Maffeo Sciarra, direttore della Tribuna, "sedere su seggiole di Vienna, mangiare in piatti comuni, camminare su un tappeto di fabbrica nazionale, prender il tè in tazze da tre soldi, soffiarmi il naso con fazzoletti di Schostal o di Longoni. Invece, fatalmente, ho voluto divani, stoffe preziose, tappeti di Persia, piatti giapponesi, bronzi, avorii, ninnoli, tutte quelle cose inutili e belle che io amo con una passione profonda e rovinosa". Gabriele voleva sentirsi "un principe del Rinascimento", fra "cani e cavalli e belli arredi". Ci riuscì nel 1898, a 35 anni,...

di Giordano

Bruno Guerri

Solo dopo il mio arrivo nel 2008 da presidente del Vittoriale ho conosciuto meglio d’Annunzio, che a scuola non ci insegnavano, e il miracolo della sua vita e della sua residenza. "Io avrei potuto benissimo vivere in una casa modesta", scrisse nell’aprile del 1886, a 23 anni, a Maffeo Sciarra, direttore della Tribuna, "sedere su seggiole di Vienna, mangiare in piatti comuni, camminare su un tappeto di fabbrica nazionale, prender il tè in tazze da tre soldi, soffiarmi il naso con fazzoletti di Schostal o di Longoni. Invece, fatalmente, ho voluto divani, stoffe preziose, tappeti di Persia, piatti giapponesi, bronzi, avorii, ninnoli, tutte quelle cose inutili e belle che io amo con una passione profonda e rovinosa". Gabriele voleva sentirsi "un principe del Rinascimento", fra "cani e cavalli e belli arredi". Ci riuscì nel 1898, a 35 anni, quando prese in affitto La Capponcina, sulle colline di Settignano, vicino a Firenze, ma il Vittoriale è stata la sua unica, vera casa: qui – divenuto guerriero, conquistatore di città, legislatore e principe come aveva desiderato – ha lasciato per sempre l’impronta del suo stile.

Dopo avere raggiunto le vette dell’arte, della guerra, dell’amore, vuole specchiarsi nell’essenza della materia. Il Vittoriale è una dichiarazione di poetica, il manifesto antropologico e culturale di un’estetica della libertà, della fantasia e dell’intelletto. Il bello, in quanto tale, non conosce gerarchie, semmai contempla contaminazioni: può essere custodito nell’accostamento degli emblemi che affollano la facciata della sua residenza come nei brandelli di una stoffa orientale, nelle scatole di latta liberty come nella chincaglieria esotica accumulata senza un ordine apparente. Certo di essere ispirato da un’"arte sovrana" e dal "gusto della forma e del colore", Gabriele cerca soluzioni ardite, accostamenti improbabili, composizioni ingegnose, pur di affollare gli spazi dove viveva.

Logico che la "gente semplice" sorridesse "ignara o attonita" del suo stile. Non è facile calarsi in un’atmosfera dove tutto è ridondante e ancora oggi capita spesso di sentire tra i visitatori esclamazioni di entusiasmo frammiste a voci diffidenti, a perplessità ("come ha potuto vivere qui?"); alcuni, contagiati dall’arcano che aleggia in quelle stanze, si sentono confusi, soffocati.

Capire il Vittoriale senza conoscere d’Annunzio è come guardare i geroglifici prima della Stele di Rosetta, belli e incomprensibili: "Operaio della parola, io sono stato condannato per sette anni ai lavori forzati del luogo comune, all’esercizio forzato dell’eloquenza, su la ringhiera, nella piazza, nel campo di battaglia. Per sette anni ho arringato le truppe e le folle, ho maneggiato l’anima del soldato e del popolano, mi sono piegato ai contatti più rudi e talvolta alle mescolanze più ripugnanti. Nessuno immagina con che ansia io sia entrato in questo rifugio, con che bisogno di sprofondarmi in me stesso e nella più segreta sorgente della mia poesia". Gli ettari di terreno da due diventarono quasi dieci, estendendo la proprietà alla cima del colle e alla darsena sul lago, con l’acquisto di una torre ottocentesca, un falso medievale.

Scrive nell’atto di donazione: "Per ciò m’ardisco offrire al popolo italiano tutto quel che mi rimane, e tutto quel che da oggi io sia per acquistare e per aumentare col mio rinnovato lavoro: non pingue retaggio di ricchezza inerte ma nudo retaggio di immortale spirito". Se d’Annunzio provvedeva da sé al costoso mantenimento quotidiano del suo stile di vita, l’acquisto di altro terreno e i grandi lavori vennero sostenuti dal governo di Mussolini. In tutto, ricevette oltre cinque milioni di lire, pari a altrettanti milioni di euro, ma dobbiamo concludere che fu un ottimo affare per lo Stato. Dal Vittoriale, l’Italia e gli Italiani hanno molto più di quel che hanno donato.

A fronte di quella spesa, l’Italia possiede ancora oggi un lascito immobiliare e culturale unico al mondo. Basti pensare alla biblioteca di d’Annunzio, comprendente 33.000 volumi, in gran parte pregiati, a un archivio di milioni di carte e documenti, ai visitatori di tutto il mondo che a centinaia di migliaia lo visitano ogni anno pagando un biglietto, alle decine di dipendenti e collaboratori, a un intero paese, Gardone Riviera, che nel Vittoriale ha “l’Azienda“ capace di provvedere al lavoro di commercianti e fornitori. (...)