L’attrice francese Virginie Efira (44 anni)
L’attrice francese Virginie Efira (44 anni)
Andrea Martini Il quesito di questa Mostra potrebbe essere: le donne guardano cose diverse o vedono diversamente? Un marito con due mogli, doppia famiglia, doppia prole e un mestiere capace di giustificare il va e vieni tra i due focolari. Il cinema l’ha messo in scena varie volte raccontandolo in chiave drammatica e farsesca. Salvo errore, sempre al maschile. Virginie Efira, la giunonica tardiva star belgo-francese – appena vista nello scabroso ruolo di suor Benedetta nel film di Paul Verhoeven – in Madeleine...

Andrea

Martini

Il quesito di questa Mostra potrebbe essere: le donne guardano cose diverse o vedono diversamente? Un marito con due mogli, doppia famiglia, doppia prole e un mestiere capace di giustificare il va e vieni tra i due focolari. Il cinema l’ha messo in scena varie volte raccontandolo in chiave drammatica e farsesca. Salvo errore, sempre al maschile. Virginie Efira, la giunonica tardiva star belgo-francese – appena vista nello scabroso ruolo di suor Benedetta nel film di Paul Verhoeven – in Madeleine Collins ha casa a Parigi e Ginevra e fa l’interprete. Nella capitale francese è la moglie di un direttore d’orchestra di successo e la madre di due adolescenti, in quella della svizzera romanda convive con un impiegato e una pargoletta di pochi anni. L’idea che a difendere l’apparentemente indifendibile sulla base di affetti sinceri sia una donna, rende giustizia a una sensibilità altra e poco importa che regista del film sia un uomo, Antoine Barraud.

L’impressione data dalle prime giornate e dallo sguardo gettato sul programma delle prossime è che le figure femminili abbiano irreversibilmente sullo schermo lo spazio che la società ha cominciato a concedere loro, al di là del genere d’appartenenza del regista. Accanto a Isabelle Huppert, impavido sindaco la cui imprevista promozione a ministro pone problemi di integrità, di Les promesses e alle due madri nubili alle prese con altrettante impreviste maternità di Madres paralelas, ci attende una lunga teoria di donne, motori assoluti delle vicende di cui sono protagoniste. Un po’ come senza dirselo l’industria cinematografica avesse applicato quote rosa a soggetti e script.

Se così fosse ne guadagnerebbe lo spettacolo e si salderebbe un debito con le spettatrici più numerose e fedeli degli uomini al cinema. Al di là della sala o del supporto. La questione del genere nei festival ha acceso dibattiti stucchevoli. Si contano le regie femminili, si confrontano le annate, ci si lamenta o ci si compiace. Spesso tenendo separato il genere dalla qualità dei film. Una giuria a maggioranza femminile, solo due mesi fa, ha sentito l’obbligo di conformarsi a un diffuso sentire e ha premiato con la Palma il provocatorio Titane solo perché firmato da una donna.

La Mostra di quest’anno non sembra dover correre questo rischio perché le cinque pellicole in Concorso (lo scorso anno erano otto e vinse Chloé Zhao) hanno tutte una garanzia di dignità. A cominciare ovviamente da Jane Campion, fino all’altro ieri unica premiata con la Palma. Che, guarda cosa combina la nemesi, con The power of the dog racconta una storia tutta maschile.