Venerdì 19 Aprile 2024

Chi ha vinto gli Oscar 2024 e cosa è successo nella notte di Los Angeles

Da Oppenheimer a La zona d’interesse è un Oscar di guerra in un mondo che cerca la pace

Los Angeles, 11 marzo 2024 – E’ un Oscar 2024 di guerra, in un mondo che cerca la pace: a chiarirlo è l’“irlandese orgoglioso“ di poche parole Cillian Murphy, 47 anni, protagonista del trionfatore “Oppenheimer“: “Nel film interpreto l’uomo che ha creato la bomba atomica – ha detto sul palco del Dolby Theatre –. Nel bene e nel male viviamo nel mondo di Oppenheimer e io vorrei dedicare il mio premio a coloro che in questo mondo portano la pace”.

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La 96a edizione degli Academy Awards si è conclusa seguendo alla lettera quasi tutti i pronostici della vigilia: l’“Oppenheimer“ (colossale e un po' misogino) che Christopher Nolan ha girato in pellicola 65 mm e tratto dal bestseller che Kai Bird e Martin J. Sherwin (edito in Italia da Garzanti) hanno dedicato "a una delle figure più decisive e contraddittorie della storia", ha centrato 7 Oscar su 13 nomination, partendo dalle statuette più importanti: miglior film, regia, attore protagonista, attore non protagonista (Robert Downey Jr, 58 anni, incredibilmente solo ora alla sua prima vittoria dopo tre candidature, la prima nel ’93, come protagonista di “Charlot“), poi fotografia, montaggio, colonna sonora.

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Tutto secondo previsioni tranne il sorpasso a sorpresa di Emma-Stone Bella Baxter di “Povere creature!“ sulla Lily Gladstone nativa americana Osage di “The Killers of the Flower Moon“ di Scorsese, capolavoro rimasto a zero premi. (Al film femminista-punk di Lanthimos tratto dal folle romanzo “Poor things“ di Alasdair Gray, sono andati poi gli Oscar per trucco, scenografia, costumi).

Sommario

Cillian Murphy abbraccia Christopher Nolan, Emily Blunt e Emma Thomas dopo la vittoria di Oppenheimer agli Oscar 2024 (Ansa)
Cillian Murphy abbraccia Christopher Nolan, Emily Blunt e Emma Thomas dopo la vittoria di Oppenheimer agli Oscar 2024 (Ansa)

Spille rosse e “cessate il fuoco”

Caratterizzato anche dalle proteste del pomeriggio pro-Palestina fuori dal Dolby e dalla presenza sugli abiti di molti artisti in sala delle spille rosse per il “cessate il fuoco“, quello del 2024 resta comunque un Oscar di guerra perché “tutte le nostre scelte sono fatte per riflettere e confrontare il passato con il presente – non per dire ’Guarda cosa hanno fatto allora’ ma per dire piuttosto ’Guarda cosa stiamo facendo adesso’. Il nostro film mostra come la disumanizzazione ci porti al peggio. Come forgi tutto del nostro passato e del nostro presente”, dice Jonathan Glazer, regista inglese, ebreo, ritirando l’Oscar per il miglior film internazionale andato alla “Zona d’interesse“ – che ha battuto come peraltro preannunciato l’Italia di “Io capitano“ di Matteo Garrone.

‘Zona d’interesse’

“Zona d’interesse“ che, come è ormai noto, è tratto dal romanzo di Martin Amis, racconta l’agghiacciante orrore quotidiano della vita “bucolica“ e “normale“ della famiglia dell’ufficiale nazista Rudolf Höss nella villetta, oltre il cui muro si consuma l’Olocausto nel campo di Auschwitz, campo che s’intravede e basta, dal quale giungono sporadiche grida, ordini, spari ma soprattutto il rumore costante, incessante dei forni crematori (e non a caso il film si prende anche l’Oscar per il sonoro). Glazer, classe ’65, è andato avanti sul palco degli Oscar: “L’Olocausto portò alla morte di tanti innocenti. Oggi, che si tratti delle vittime del 7 ottobre in Israele o dell’attacco in corso a Gaza, sono tutte vittime di questa disumanizzazione. Come possiamo resistere?“.

‘20 Days in Mariupol’

E’ un Oscar di guerra – ancora – perché mentre riceve il premio per il miglior documentario “20 Days in Mariupol” il regista-giornalista dell’Ap, Premio Pulitzer, Mstyslav Chernov, 39 anni, ucraino di Charkiv, dice: “Questo è il primo Oscar nella storia dell’Ucraina e ne sono onorato, ma lo darei volentieri indietro se potesse significare che la Russia non ci ha mai invaso. Io da solo non posso cambiare il passato. Ma tutti insieme, in questa sala, possiamo far sì che questa storia venga raddrizzata e che le vittime di Mariupol non vengano dimenticate. Perché il cinema crea i ricordi e i ricordi creano la Storia“.

Lo show della cerimonia

Con la cerimonia da Los Angeles (in diretta in Italia su Raiuno) condotta dal solito pimpante ma non pimpantissimo Jimmy Kimmel (unica battutona quella rivolta a Trump: "Grazie per aver seguito la serata, ma non è tardi per essere in piedi a quest'ora, in prigione?"), i momenti di puro spettacolo da ricordare non sono poi alla fine tantissimi: su tutte, ovviamente le performance legate al mondo “Barbie“, Ryan Gosling “I’m Just Ken“ con coreografia alla Madonna di “Material World“ a ruoli invertiti – tra i boys, di strass/diamati rosa è vestito Gosling –, con l’assolo di Slash e la sala che si alza in piedi e canta in coro, e poi con Billie Elish, e la sua interpretazione intensissima, inarrivabile, di “What Was I Made For?“, ovviamente premiata con l’Oscar (peraltro l’unico al film femminista fenomeno ultracampione d’incassi, a firma Greta Gerwig, e prodotto dalla protagonista Margot Robbie). Per il resto, qualche emozione qua e là: la novità dei 5 divi diversi che presentano di volta in volta i 5 attori candidati nelle quattro categorie. Commozione – con Andrea e Matteo Bocelli a sorpresa sul palco a intonare “Con te partirò“ – per il momento “In Memoriam“, per ricordare i tanti artisti scomparsi nell’anno che e n’è andato, da Jane Birkin a Glenda Jackson, da Ryan O’ Neal a Tina Turner, da William Friedkin a Ryuchi Sakamoto e Robbie Robertson.

Lacrime e commozione

Piange Da’Vine Joy Randolph, 37 anni, ritirando l’Oscar da migliore attrice non protagonista per la sua madre che ha perso il figlio in Vietnam in “The Holdovers“, e ringrazia: “chi è stato sempre dalla mia parte: quando ero l’unica nera nella scuola, io non mi vedevo, ma voi sì. Grazie per avermi vista“; commuove Sean Lennon che dedica alla madre Yoko Ono (“che oggi compie 91 anni“) l’Oscar per il cortometraggio d’animazione ispirato alla canzone di John “’Happy Xmas (War Is Over)’“.

Nudo in scena

Momentino osé con John Cena nudo in scena, con le pudenda celate dalla busta col nome del vincitore nella categoria costumi (citazione del famoso striker del ’74 che imbarazzò David Niven). Momentone riscatto quello di Downey Jr, talentuosissimo, esordio superstar, poi anni di dipendenze e oblio, poi rinascita: “Ringrazio la mia terribile infanzia, l’Academy e mia moglie che mi ha preso come un cucciolo abbandonato e da brava veterinaria (in realtà è una superproduttrice cinematografica e tv, ndr) mi ha riportato in vita“.

La commedia black “politicamente scorretta“

A tutto orgoglio Cord Jefferson il regista della commedia black “politicamente scorretta“ American Fiction premiato per il suo adattamento della sceneggiatura tratta dal romanzo del 2001 “erasure“ di Percival Everett: “Grazie per aver dato fiducia a uno come me, a cui non l’aveva mai data nessuno“. A tutta vendetta la vittoria del premio per la sceneggiatura originale alla Justine Triet di "Anatomia di una caduta", film bellissimo che la Francia non ha voluto designare come film "internazionale" per le critiche al governo espresse dalla regista quando ha ottenuto la Palma d'oro a Cannes.

Schwarzenegger e De Vito

A tutta nostalgia la riaccoppiata sul palco del gigante Schwarzenegger e del piccolo Danny De Vito chiamati a consegnare un po' di Oscar minori. Nei discorsi dei vincitori tanto amore familiare: grazie al marito che tiene i figli mentre lavoro dice la costumista, grazie alla moglie con cui lavoriamo insieme dopo aver messo i figli a letto, dice qualcun altro, grazie ai miei genitori lassù che quando ero piccolo mi facevano giocare con le chitarre e non coi videogame, dice il compositore 39enne Ludwig Göransson, grazie alla mamma dicono più o meno tutti (ieri negli Usa era la sua festa).

Emma Stone

A ritirare il suo secondo Oscar da migliore attrice protagonista (il premio nel 2017 per "La La Land") la 35enne Emma Stone si è presentata quasi stupefatta, con l'abito da sera tutto slacciato sulla schiena, ancora un Bella Baxter, in buona sostanza: "Mi si è rotto il vestito, mi sembra di avere una crisi di panico, insomma no: ho imparato che a un certo punto devi dire basta, guardarti da fuori, noi in questo film siamo più della somma delle parti, questo film è un lavoro di gruppo e grazie Yorgos, con Bella mi hai regalato il ruolo della vita". Il ruolo, per quei due o tre che ancora non lo sapessero, è quello di una donna che, suicida nell'Inghilterra vittoriana, viene riportata in vita da un chirurgo-padre grazie all'impianto nella sua testa del cervello del neonato di cui era incinta. Bella intraprende così una crescita velocissima il cui unico scopo è vivere un'esistenza radicalmente libera.

L'Oscar di Emma è forse il primo che va a un'attrice protagonista che in moltissime scene del film si mostra, senza veli, impegnata in torride e selvagge sessioni amorose: intendiamoci, la grandezza di Lanthimos - e della Stone - è quella di porre un filtro di straniamento emotivo fortissimo tra ciò che è sullo schermo e lo spettatore, le tante scene di sesso, sperimentale, sfrenato, sono come girate da un regista entomologo (postmoderno), nulla alla fine risulta pruriginoso o scandaloso. D'altronde il senso è presto detto, basta leggere Gray: "Solo le religioni scadenti si basano sui misteri - dice "papà Baxter" - proprio come i governi scadenti si basano sulla polizia segreta. Verità, bellezza e bontà non sono misteriose, sono i fatti più comuni ed essenziali della vita, come la luce del sole, l'aria, il pane". Come l'Oscar a Emma Stone.

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