Marco Ligabue
Marco Ligabue
Di fratelli ingombranti sono piene le famiglie, ma quello di Marco Ligabue è davvero un peso massimo. Sentirsi "l’altro rocker di casa" non è mai stato, però, un problema per lui, nato dieci anni dopo Luciano e rimasto finora sulla sua scia con trascurabili patemi d’animo. "Visto che già ci somigliavamo fisicamente, quando ho deciso di fare musica me la sono proprio andata a cercare" scherza il fratello "del più noto…" parlando di Salutami tuo fratello, debutto letterario in 33 capitoli concepito proprio su quella parentela che, insiste, non l’ha mai assillato. Così a pagina 8, col pensiero presumibilmente ai Gallagher e agli altri...

Di fratelli ingombranti sono piene le famiglie, ma quello di Marco Ligabue è davvero un peso massimo. Sentirsi "l’altro rocker di casa" non è mai stato, però, un problema per lui, nato dieci anni dopo Luciano e rimasto finora sulla sua scia con trascurabili patemi d’animo. "Visto che già ci somigliavamo fisicamente, quando ho deciso di fare musica me la sono proprio andata a cercare" scherza il fratello "del più noto…" parlando di Salutami tuo fratello, debutto letterario in 33 capitoli concepito proprio su quella parentela che, insiste, non l’ha mai assillato. Così a pagina 8, col pensiero presumibilmente ai Gallagher e agli altri parenti-serpenti del mondo della musica, Marco ha ritenuto opportuno inserire l’avvertenza che "nessun fratello è stato maltrattato durante la stesura di questo libro".

Marco in queste sue “cronache spettinate” di rocker emiliano c’è un prima e un dopo 1990, anno del “Big Bang”.

"Erano tre anni che facevo il “buttadentro” ai concerti di Luciano, fermando la gente per strada e raccontando meraviglie del cantante in cartellone. Arrivavo addirittura a millantare presenze femminili in quantità. Poi nel ’90 è scoccata la scintilla incredibile di Balliamo sul mondo, che ha brillato immediatamente vincendo il DiscoVerde al Festivalbar e riempiendo di fan il bar di Correggio così come la nostra cassetta delle lettere. Mamma Rina è sempre stata una cuoca eccezionale e così Luciano, invece di portarli al ristorante, iniziò a invitare a casa radiofonici, giornalisti, discografici e colleghi artisti rimpinzandoli di cappelletti, lambrusco e canzoni".

Ogni tanto essere “fratello di” peserà pure…

"Ho sempre cercato di vivere la cosa nel migliore dei modi. Mi considero molto fortunato di essere potuto entrare, grazie a Luciano, nel mondo della musica e conoscere i personaggi più incredibili. Certo, quando riempio di gente una piazza con le mie canzoni e lì sul palco mi sento il Paolo Rossi dell’82, il migliore giocatore al mondo, ma non faccio a tempo a scendere tre gradini che già iniziano le domande su come sta mio fratello, la cosa un po’ mi urta. Ho imparato, però, a farci i conti".

Mai carezzata l’idea del nome d’arte?

"Dopo essere uscito dai Rio e aver abbracciato la carriera cantautorale qualche domanda sull’opportunità di andare in scena col mio cognome me la sono fatta. Quasi subito, però, lo pseudonimo m’è sembrato un modo di scappare da mio fratello, di marcare una distanza e, invece, io non voglio fuggire o nascondermi, perché sono orgoglioso di Luciano, della sua carriera, e del cognome che ci ha dato nostro padre".

Almeno una volta avrà pure pensato di…

"Collaborare assieme? Beh, Luciano ha rappresentato per me una figura in bilico tra il fratello e il padre, ma a un certo punto ha capito che sarebbe potuto diventare ingombrante per la mia carriera e ha preferito tirarsi da parte limitandosi a dare solo qualche consiglio. Ora, però, dopo un decennio di attività con Little Taver & His Crazy Alligators, un altro decennio con i Rio e otto anni da cantautore, penso di aver segnato un mio percorso artistico. Così se all’inizio l’idea di fare qualcosa assieme non mi piaceva, perché avrebbe potuto somigliare a una scorciatoia per arrivare prima al pubblico, ora non più. Quindi, con la canzone giusta, hai visto mai...".