Loredana Bertè
Loredana Bertè

Milano, 27 settembre 2018 - Égalité, Fraternité e... Loredana Bertè. Rock, elettronico, arrabbiato, LiBerté è il nuovo album della Nostra Signora delle Hit Parade che pure quest’estate, col tormentone Non ti dico no, ha saputo dimostrare di che pasta è fatta. Se, 13 anni dopo l’ultimo disco d’inediti Baby Bertè, la fata turchina in acido della canzone italiana era alla ricerca di un pretesto eclatante per tornare al centro della scena, il graffio reggae dei BoomDaBash le ha offerto la sponda giusta. Ma LiBerté è un disco che va al di là della hit da granita con altre 9 canzoni in cui spiccano firme illustri come Fossati, Maurizio Piccoli, Fabio Ilacqua, Gerardo Pulli, Gaetano Curreri. In cabina di regia Luca Chiaravalli, l’uomo che ha reinventato Paola Turci e accompagnato Gabbani sul gradino più alto del Festival.

La copertina è molto Berté: lei che ringhia strappandosi una camicia di forza. Si dice che i pazzi sono punti di domanda senza frase. Concorda?
«Beh, con quella camicia di forza rivendico il mio diritto alla libertà di pensiero, di vivere, di essere diversa e, soprattutto, di essere me stessa. Insomma, è un po’ il mio manifesto. E mi ricorda di una disavventura psichiatrica avuta qualche anno fa». 

Di chi sono le voci di bambini che aprono e chiudono il disco?
«Degli alunni della Scuola Oberdan di Roma, a cui un giorno sono andata a spiegare che il bullo è un cretino e un debole: non capisce che il diverso è un essere unico».

Com’è entrata in contatto con loro?
«Tutto è nato grazie a una suora e a un insegnante. Sentendo, infatti, un bambino che diceva al compagno ‘porti sfiga’, il docente l’ha ripreso raccontando la storia di Mimì. I piccoli hanno capito e m’hanno mandato disegni, saluti, canti registrati. Gli ho risposto con tutto l’amore che posso. Poi sono venuti al concerto e ho acquisito un pubblico nuovo. Per i prossimi 30 anni sono a posto. Anche se il disco è diretto più ai loro genitori».

Il brano “LiBerté” è un po’ la sua “Dedicato” versione 2018.
«Effettivamente dovendo trovare a questo disco un riferimento nella mia discografia passata, mi viene in mente Traslocando. Anche per la forza iconica della copertina; lì una suora dalle labbra rosso-fuoco, qui una ribelle».

Lei dice che tutti dovrebbero agire, contro ogni stortura. A cominciare da quelli che cantano.
«Infatti, io in Tutti in paradiso, un brano dell’album, provo a farlo, anche se con leggerezza, perché questa è la funzione della musica».

Del #MeToo e degli altri movimenti che idea s’è fatta?
«Penso che sia una cosa positiva, ma le vittime avrebbero potuto parlare prima. Comunque sia è giusto denunciare. A me non è mai successo, perché non mi sono mai prestata; di lavoro si parla in ufficio, non in albergo».

Dario Argento ha detto che l’accusatore di Asia è stato pagato da Weinstein. Ma poi ha rivisto il suo pensiero.
«Di Asia preferisco non parlare, perché è una mia amica. Però, conoscendola bene, non mi stupirei che le cose fossero andate proprio in quel modo».

Dei dieci pezzi del disco qual è quello che aveva presentato lo scorso anno a Baglioni?
«Babilonia. Ma ci riproverò. Ho intenzione di presentarmi e rompere le scatole per 5 giorni, poi decide Baglioni».

Perché ha deciso di pubblicare due singoli contemporaneamente?
«Perché tutti i pezzi del disco sono potenziali singoli. Ho iniziato con Babilonia e Maledetto luna-park, ma poi usciranno pure gli altri. Due brani nello stesso momento in Italia non li aveva mandati in radio nessuno. All’estero, invece, l’ha fatto Ed Sheeran».

Avrebbe mai immaginato di tornare con un disco così?
«No. Solo 5-6 anni fa pensavo di aver finito di cantare. Litigavo con me stessa tutti i giorni. Lo f