Lunedì 15 Luglio 2024

L’era Reagan e la fine dell’Urss Sotto lo sguardo di Pasolini Zanelli

Con Alberto Pasolini Zanelli, bolognese, morto a Washington a 90 anni, se ne va un pezzo della mia vita. Ma se ne va soprattutto un grande protagonista del giornalismo italiano. Lo conoscevo da quando entrambi giovani redattori eravamo nel “Carlino“ di Giovanni Spadolini. In seguito le nostre carriere si sarebbero intrecciate. Corrispondenti nelle stesse capitali: prima a Bonn, allora capitale della Germania Federale, e poi a Washington. Stesse esperienze, stessi viaggi. Stessi presidenti alla Casa Bianca. Uno soprattutto: Ronald Reagan.

Pasolini fu uno dei primi ad anticipare la portata restauratrice di Reagan, l’attore prestato alla politica. All’inizio degli anni ’80 gli Stati Uniti erano in depressione, economica e psicologica. Il loro prestigio a pezzi dopo la fine dell’avventura vietnamita e la mortificante occupazione dell’ambasciata americana a Tehran. Reagan pose fine al declino. Liberismo, deregolamentazione, detassazione in politica interna. Crociata anticomunista in politica estera. Ebbene Pasolini (nella foto) intuì che la promessa di por fine all’Impero del male (l’Unione Sovietica) era più di uno slogan. Lo scrisse nei suoi articoli per “Il Giornale“ di Indro Montanelli e nei numerosi libri dedicati al recupero dei valori di una società libera. Gli eventi gli diedero ragione, anzi ci diedero ragione. Con Pasolini rientravo fra i pochissimi che in quegli anni si sottraevano al conformismo dell’intellighentia di sinistra. E sotto il successore di Reagan, George H. Bush, nel Natale 1991, la bandiera con la falce e martello venne ammainata dal più alto pennone del Cremlino.

Cesare De Carlo

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