Giovanni Morandi Tra un po’ sarà l’11 settembre anzi è già l’11 settembre. Da giorni, da sempre. E così ci si accorge che questo 11 settembre, che arriverà tra poco, non sarà molto diverso da quello di vent’anni fa, anzi ci si accorge che gli 11 settembre si assomigliano tutti, e ci sono tanti 11 settembre, cambiano solo i...

Giovanni

Morandi

Tra un po’ sarà l’11 settembre anzi è già l’11 settembre. Da giorni, da sempre. E così ci si accorge che questo 11 settembre, che arriverà tra poco, non sarà molto diverso da quello di vent’anni fa, anzi ci si accorge che gli 11 settembre si assomigliano tutti, e ci sono tanti 11 settembre, cambiano solo i contesti, gli scenari, una volta possono essere le torri di New York, un’altra il filo spinato dell’aeroporto di Kabul, ma a Kabul come a New York le stesse scene, sagome umane, uomini, anime, fedi, passioni, illusioni che si disperdono nel cielo e precipitano nel vuoto, che abbiano la cravatta o vesti orientali poco importa, stessa la fine, stessa la disperazione. Poi le stesse voci e i fogli di carta che svolazzano nell’aria come uccelli che si raccolgono a terra. Stesse le voci che arrivano dai telefoni, voci di donne e di uomini dalle torri trafitte e voci di donne dai tuguri di Kabul che lanciano le stesse invocazioni di vent’anni fa. Sono passati vent’anni e solo una parvenza della speranza ci trattiene dal non scrivere inutilmente. Quelle voci che lanciavano disperati addii alla moglie, al marito, ai figli, e che ora sono di chi non ce l’ha fatta a fuggire. "Aiutatemi, non me ma i miei bambini, ci uccideranno. Vi prego aiutateci se mi ascoltate". Donne sole. Che parlano a nessuno, che piangono davanti a nessuno, eppure le ascoltiamo, le immaginiamo ma non ci siamo. Dunque non siamo nessuno. Sono tutti uguali questi 11 settembre per come sono e come parlano e per come sono attesi dai fanatici. Ogni giorno può essere un 11 settembre. Fino a quando saremo imprevidenti e sordi, muti sconfitti e giustizieri tremanti di paura.