17 mar 2022

Il Web è la nuova droga: salviamo i ragazzi

Andrea Cangini lancia l’allarme con gli esperti della Commissione Istruzione del Senato: "I giovani schiavi della dittatura degli smartphone"

lorenzo guadagnucci
Magazine
Ragazzi “ipnotizzati“ dai telefonini: «Una prigione senza muri», dice Cangini
Ragazzi “ipnotizzati“ dai telefonini: «Una prigione senza muri», dice Cangini
Ragazzi “ipnotizzati“ dai telefonini: «Una prigione senza muri», dice Cangini

di Lorenzo Guadagnucci

Quando Andrea Cangini, al culmine di una serrata introduzione, parla di “dittatura perfetta” citando Aldous Huxley, lo stato d’ansia potrebbe spingere il lettore a guardare il suo smartphone, quella “protesi” che ciascuno di noi possiede, con un misto di odio e di paura. La “dittatura perfetta” di Huxley, dice Cangini, è lo spettro che incombe sulla vita digitale nella quale siamo immersi: "Una prigione senza muri – secondo la citazione attribuita al visionario autore de Il mondo nuovo, uscito quando nemmeno esisteva la televisione, nel 1932 – in cui i prigionieri non sognano di evadere. Un sistema di schiavitù nel quale, grazie al consumismo e al divertimento, gli schiavi amano la loro schiavitù". E Cangini aggiunge: "Giovani schiavi resi tossici e decerebrati: i nostri figli".

Stiamo parlando di un libro - CocaWeb. Una generazione da salvare, appena pubblicato dall’editore Minerva – che raccoglie gli interventi degli esperti ascoltati dalla commissione Istruzione del Senato per l’indagine conoscitiva intitolata Impatto del digitale sugli studenti, con particolare riferimento ai processi di apprendimento, promossa appunto da Cangini, giornalista, già direttore di QN e Resto del Carlino, oggi senatore.

L’esito delle audizioni lascia poco spazio alle sfumature. Nella popolazione più giovane, fra i cosiddetti “nativi digitali“, sono diffusi gravi disturbi sia fisici sia del comportamento: da un lato obesità, miopia, ipertensione; dall’altro dipendenza, calo dell’attenzione e della capacità di concentrarsi. Gli esperti in Senato sono stati molto espliciti, e anche ben attenti a non cadere nella trappola della tecnofobia, nell’avversione pregiudiziale agli strumenti digitali. Non è questo il punto, bensì conoscere e valutare come affrontare ciò che abbiamo ormai di fronte: una tossicità diffusa.

Dice per esempio Manfred Spitzer, neuropsichiatra, autore del bestseller Demenza digitale: "Ci raccontano che lo smartphone è un importante strumento di apprendimento: non è vero. È soprattutto uno strumento di distrazione". Lamberto Maffei, neurobiologo, già presidente dell’Accademia dei Lincei: "Voglio insistere su un aspetto: lo smartphone come droga. (...) Il cellulare diviene una ricompensa, una piccola cocaina strumentale, come la cocaina agisce sulla dopamina". Mariangela Treglia, psicoterapeuta: "In ambito scolastico non c’è un aumento delle conoscenze o della velocità di apprendimento da parte di chi utilizza dispositivi digitali". E così via, audizione dopo audizione, fino a descrivere un quadro di allarmi e preoccupazioni in totale contraddizione con la larga e sempre più precoce diffusione di smartphone, videgiochi, social network.

In un quadro così fosco, qual è la via di uscita? Che possono fare le famiglie, la scuola, le istituzioni? Le proposte, per fortuna, sono numerose. Gli esperti sembrano condividere, a malincuore, l’idea di introdurre divieti: niente smartphone in aula o anche niente smartphone fino ai 12-13 anni. E poi: recupero della scrittura a mano, che aiuta l’apprendimento e lo sviluppo pieno delle capacità cognitive; convivenza, nelle scuole, fra digitale e analogico (per esempio con lavagne sia elettroniche sia tradizionali); allenamento alla lentezza, a discapito dell’immediatezza tipica del digitale; approccio attivo e non passivo al digitale, insegnando per esempio come si produce un video, come si legge in modo critico un’immagine o come e dove vengono estratti i materiali necessari a produrre le componenti elettroniche...

Insomma, si può essere (moderatamente) ottimisti, a patto di agire anche sugli adulti e "gettando un ponte", come suggerisce l’antropologa Angela Biscaldi, fra il linguaggio dei giovani e il linguaggio del sapere, permetendo ai ragazzi "di capire che il sapere ha i suoi tempi, che richiede fatica, perseveranza". I giovani – dice l’antropologa citando le “settimane senza social“ ed esperimenti analoghi – "sono capaci di riadattarsi velocemente", perciò bisogna avere fiducia in loro: "I ragazzi devono conoscere".

© Riproduzione riservata

Iscriviti alla newsletter.

Il modo più facile per rimanere sempre aggiornati

Hai già un account?