di Paolo Pellegrini

Prima di tutto la terra, e la sua storia. Vigne adagiate nell’amena serenità delle verdi colline d’Umbria, su strati di sedimenti antichi, c’erano i vulcani e c’era il mare, la zona è densa di fossili di trisnonni delle balene. A qualche chilometro, poi, a riempire gli occhi la rupe di Orvieto. E che storia, quindi, "se qui si fa vino da 2.500 anni e questo vino era famoso allora più di oggi, un motivo ci deve pur essere", riflette Giovanni Dubini, 64 anni, da mezzo secolo tra queste colline con la sua famiglia, che veniva da Lecco e a Orvieto c’era arrivata "perché mio padre Angelo, quando abitavamo a Roma dove lui lavorava capitò qua, si innamorò di questi due poderi, e li volle acquistare". Ci volevano i Dubini per ridare vita all’Orvieto. Vita, fama, gusto, personalità. Insomma, terroir e piacevolezza, che messi insieme alla spettacolare Città sulla Rupe fanno un brand non da poco. E nuova luce per un vino "che pure – dice Giovanni – fino a metà del Novecento era uno dei ‘bianchi d’Italia’ nel mondo", e lo dice guardando il listino di una enoteca romana che nel 1935 vendeva Orvieto a 7 lire e il Barbaresco di Contratto a 6 lire. "Ma poi – continua – arrivò l’involuzione commerciale, qui compravano le grandi aziende, toscane e del Nord, si badava a fare tanta uva con vino venduto sfuso: una grossa mano all’economia, ma non all’imprenditorialità, senza che venisse fuori un’azienda leader come Caprai per Montefalco". Angelo pianta le vigne e costruisce la strada per collegare i due poderi. Però muore all’improvviso, l’azienda passa sulle spalle di Lodovico e Giovanni, i figli. Curano vigne e vino, al fianco di Giovanni ci sono due enologi del calibro di Riccardo e Renzo Cotarella. E curano il Palazzone. Era un antico "spedale" per i pellegrini romei, di fine Duecento: i Dubini l’hanno trasformato in boutique hotel, gioiellino di sette suite con piscina e vista spettacolare: se ne occupano la moglie di Giovanni, Cristiana, ex insegnante, e la figlia Benedetta che però farà il notaio, mentre l’altro figlio Pietro è laureato in enologia e sta col padre tra filari e cantina, e intanto Lodovico si è messo in pensione. Oggi Il Palazzone ha 24 ettari di vigneto, ne escono 140mila bottiglie per 11 etichette, tra Orvieto Classico (compreso un cru, il Campo del Guardiano), qualche rosso ( i bianchi sono il 90%), l’immancabile muffa nobile e la vendemmia tardiva, e un progetto particolare. Si chiama Musco, lo vinificano in una grotta etrusca, "alla maniera dei contadini di 70 anni fa, un esperimento – dice Giovanni – un garage wine pensato per tornare al vecchio uvaggio". L’Orvieto come una volta: al Palazzone, il vino ha un cuore antico.