Danielle de Niese e una scena dello spettacolo
Danielle de Niese e una scena dello spettacolo

Milano, 18 ottobre 2019 - Tempi duri per i cantanti lirici. La voce ci vuole sempre ma i fisici opimi, le pance, le pappagorge e quanto di antiestetico ci sia, se una volta non erano un problema, oggi invece sono out al pari dallo stare in scena come pali della luce. Bravi ma anche belli, oltre che bravi attori: ««E’ il teatro moderno, bellezza!». Ecco allora Danielle de Niese. Un’artista con radici a metà fra Olanda e Sri Lanka, una fanciullezza trascorsa in Australia e una giovinezza in California. Una bellezza esotica, tocco britannico, è la moglie di Gus Christie, il presidente del Glyndebourne Festival nel Sussex.
Quarant’anni, mamma e un fisico mozzafiato. Ancora niente rispetto a un viso la cui perfezione è illuminata da due occhi neri che promanano un fascino enfatizzato dal sorriso comunicativo. Bella e carismatica, dunque. E il carisma chi ce l’ha è perché ce l’ha. Non serve studiare per averlo. Sul palcoscenico lirico, però, l’ hic sunt leones lo fa pur sempre il canto. E lei si dimostra artista completa in questo perché ha sempre avuto una gran voce.
Stasera debutterà alla Scala – sostituendo Cecilia Bartoli – nel Giulio Cesare in Egitto di Händel, regia di Robert Carsen. Il ruolo? Cleopatra.

Ha impersonato figure la cui caratteristica più importante è la seduttività: due diverse Poppea, Calisto, Norina e Adina. Quanto è determinante il rapporto fisico-personaggio?
«È un fattore importante. Ma non credo sia assoluto, né per gli uomini né per le donne. La bellezza che davvero s’impone sul palcoscenico di un’opera penso che esca da dentro. Conta non solo il corpo ma quello che ne fai. Come il canto può essere qualcosa di perfetto ma, senza l’accento, resta senz’anima. La tecnica deve sposarsi con l’espressività per comunicare, toccare l’anima. Perciò preferisco l’opera al concerto, ho bisogno di muovermi».

A proposito di corpo… cosa pensa del Me Too, in generale ma, in particolare, nel teatro musicale?
«In linea di massima è una buona cosa. C’è sempre stato il pericolo d’un abuso di potere da parte di chi deve decidere se, quando e come far lavorare qualcuno. Così come c’è sempre stato chi regala qualcosa per ottenere un beneficio: ho sempre sentito racconti di cantanti che grazie a relazioni avute con direttori, registi o colleghi sono poi andate avanti nella carriera; ne parlano tranquillamente perché sono storie consensuali, vicende di persone che lo fanno per poi ricevere un beneficio. Io sono stata fortunata: ho debuttato a 19 anni, al Metropolitan, e sono stata circondata da comprensione e fiducia. Altre hanno avuto esperienze anche molto negative, e il poterne parlare è giusto. Ora il pendolo però è più all’estremità di una parte e per questo mi auguro che tutto torni in equilibrio. Di recente un collega era attratto da una donna, ma non aveva il coraggio di guardarla troppo durante le prove perché temeva di essere accusato di molestie… Oggi però sono sposati!».

Cleopatra di Händel è un personaggio che ha interpretato più volte all’inizio della sua carriera. Alla Scala la ritrova dopo parecchio tempo...
«I fondamentali sono gli stessi. Si tratta di un personaggio complesso, ricchissimo di sfaccettature e ambiguità. Oggi metto a fuoco molto meglio le linee di crescita: sono una donna che si presenta quasi come adolescente capricciosa, ma unisce intelligenza e furbizia per portare avanti un calcolo ambizioso, impiegando mente e corpo. Molto bello il lavoro con Carsen».

Una storia di oggi...
«Si punta a una recitazione molto movimentata, con tempi e gestualità quasi cinematografici. Si rischia ma il rapporto con il pubblico è più diretto. L’intento è raccontare una storia di persone, eliminando ogni eccesso scenografico per far campeggiare il personaggiocome in un racconto epico dove trovano posto anche tocchi ironici».

Ironici? Spieghi meglio.
«In scena Cleopatra, travestita da Lidia, presenta a Cesare tutte le seduzioni manifestate dalle grandi del cinema che la intepretarono: Claudette Colbert, Vivien Leigh e quella di Elizabeth Taylor. E come in una celeberrima scena la Colbert faceva il bagno nel latte, io concludo immergendomi in una grande tinozza…»

Lei ha lavorato con grandi nomi della regia. Mai avuto problemi?
«Mai. Può succedere che la tua concezione iniziale d’un personaggio possa scontrarsi con quella del regista, oppure che una certa gestualità crei qualche problema all’emissione vocale. A quel punto ti confronti, esplori, capisci le idee degli altri, le assimili alle tue, e così chi interpreti cresce e si approfondisce. L’importante è mantenere se stessi dentro al personaggio".