Roma, 3 dicembre 2019 - Un colpo in pieno petto, sparato dal suo amico fraterno Genny Savastano, e il corpo di Ciro Di Marzio sprofondava nelle acque cupe del Golfo di Napoli. Un addio, si pensava, a quel personaggio interpretato da Marco D’Amore, l’attore, 38 anni, che a questo ruolo di criminale deve la sua popolarità. Si chiudeva così la terza stagione della serie tv di Sky Gomorra, e nella quarta, Ciro non c’era. Ma il cinema ci ha abituati a incredibili ritorni e stupefacenti rinascite: infatti Ciro non è morto, e del resto 'l’immortale' è sempre stato il suo soprannome. E si intitola così, L’Immortale, il film in cui Marco D’Amore è alla sua prima regia di un lungometraggio (dopo avere diretto due episodi della quarta stagione di Gomorra). Nelle sale dal 5 dicembre, scopriamo che Ciro ora vive a Riga, sul Baltico, dove gestisce il traffico di droga. Ma, attraverso frequenti e lunghi flashback, viene raccontata anche la sua infanzia (l’undicenne Giuseppe Aiello è Ciro bambino), orfano in una Napoli degli anni’80, tra i suoi cattivi maestri.

D’Amore, le mancava il suo Ciro Di Marzio che, comunque, sappiamo tornerà anche nella quinta stagione di “Gomorra”, le cui riprese inizieranno tra la fine della primavera e l’estate?
"Mi sembrava che ci fosse ancora molto da raccontare di lui, in una storia che può seguire anche chi non ha visto la serie tv".

Molto da raccontare soprattutto sulla sua infanzia, su come è diventato quello che è?
"Quella degli anni ’80 era un’altra Napoli, dove con il contrabbando di sigarette campavano 250mila famiglie. Quando la criminalità era un’altra cosa, piratesca e guascona. Raccontare l’infanzia di Ciro, nato nel 1980, anno del terremoto a cui Ciro miracolosamente sopravvive, significa raccontare quella Napoli disastrata e povera che cercava di mettere insieme i cocci di una ricostruzione mai avvenuta. In quella Napoli dove prima anche i soldati americani cercavano i guaglioncelli per fotterli, Ciro, bambino orfano viene intercettato dalla criminalità. Certe cose, io che sono nato nel 1981 e come lui ho conosciuto quegli anni a Napoli, ma con una famiglia che mi proteggeva, le ho ben impresse nella mente. I criminali, poi, hanno smesso di essere contrabbandieri per diventare spacciatori e assassini".

Miseria e criminalità?
"Miseria, conflitti e soprattutto paura. Un giorno ho avuto un confronto con un grande criminale e lui mi ha detto: “si commette un grande errore a pensare che non abbiamo paura. Non è vero: abbiamo paura di non essere all’altezza, di essere scoperti, di non sopravvivere".

Chi era questo criminale che ha incontrato?
"Ne ho incontrati tanti".

La sua opera prima non poteva essere l’occasione per presentarsi con un personaggio e una storia diversi?
"Non mi sono mai sentito un attore tout court e se mi si chiedesse oggi quale ruolo vorrei interpretare, non saprei cosa rispondere. Un prete buono? Un medico cattivo? Sono ossessionato dalle storie e dai temi, e ho sempre nella testa e nel cuore Ciro. Del resto ho conosciuto Ferruccio Soleri, e mi ha detto che ha continuato a scoprire sempre qualcosa di nuovo nel suo Arlecchino, portato in scena per mezzo secolo".