Carlos Santana
Carlos Santana

Milano, 7 giugno 2018 - Dice che a Woodstock, sotto l’effetto della mescalina, pensava di avere tra le mani un serpente e non una chitarra, mentre oggi quella Gibson SG benedetta dal dio delle hit-parade è la sua luce. Il suo linguaggio. E lui, Carlos Santana, torna in Italia a predicare il verbo di “Samba pa ti” e “Smooth” con il “Divination Tour” atteso il 28 giugno all’Ippodromo Snai di Milano, il 29 giugno all’Arena Live di Padova e il primo di luglio all’Arena della Regina di Cattolica.

Una volta disse che a 70 anni si sarebbe ritirato. E invece…

"Ho così tanto da fare che quella di ritirarmi è davvero l’ultima delle mie preoccupazioni. Ci sono ancora tanti muri da abbattere. La maggior parte dell’umanità non è felice e io voglio usare la musica per aiutarla a prendere coraggio e liberarsi dalla paura".

Fra poco più di un anno cade il cinquantennale di Woodstock. Ha in mente qualcosa?

"Mezzo secolo dopo, la Santana Band sarà fra i pochi protagonisti di allora a far ritorno in quel di Bethel. Ma con molta più energia. Proprio per questo ho proposto a Michael Lang, organizzatore del festival originario come di questo anniversario, di festeggiare la ricorrenza non con una ma con due band: quella che mi accompagnò nel ’69 e quella di oggi".

Intanto questo “Divination Tour” europeo parte a metà giugno da Oswiecim, in Polonia. Non proprio un posto come gli altri.

"Penso che suonare a pochi chilometri da Auschwitz generi vertigine, sbandamento, alimentando la ferma convinzione che una cosa del genere non abbia più a ripetersi nella storia dell’umanità. Dobbiamo tutti coltivare dentro di noi la compassione, il rispetto, la misericordia, perché siamo angeli destinati a spiccare il volo verso un futuro di unità e di armonia".

Ha pronto pure un nuovo album, “Africa speaks. The galaxy listen”.

"Con il produttore Rick Rubin siamo riusciti a registrare 49 canzoni in dieci giorni e riascoltandole, quanto ad energia, è stato come trovarsi davanti a mille leoni ruggenti. Mia moglie Cindy Blackman suona la batteria e ci sono pure due voci femminili Laura Mvula e Muika".

Perché inizialmente aveva pensato d’intitolarlo “Global revelation”?

"Perché penso che non siamo soli su questo nostro pianeta. Tra noi, infatti, c’è una compagnia invisibile proveniente da altre parti della galassia, con cui possiamo però entrare in contatto grazie a una musica intergalattica come quella di John Coltrane, Albert Ayler, Pharoah Sanders, Sun Ra. Pure io e mia moglie, assieme a Derek Trucks, stiamo lavorando a qualcosa di simile. Ma di questo parleremo il prossimo anno".

A proposito di radici africane, lo scorso anno lei ha lavorato pure a “Black Times” di Seun Kuti, ultimogenito della leggenda dell’afrobeat Fela Kuti.

"Amo lui come amavo suo padre, con cui nell’86 condivisi il palco del Giant Stadium nella tappa conclusiva del Cospiracy of Hope, il tour di Amnesty International. Con Seun e i suoi Egypt 80 mi ho un ottimo rapporto e non è escluso che il prossimo anno non si possa andare in tour assieme".

Altri progetti in arrivo?

"Cindy ha pronto un doppio cd, “Give the drummer some” in cui lei canta e suona la batteria, mentre io, John McLaughlin e Kirk Hammett dei Metallica suoniamo la chitarra. Anche dietro ai tamburi mia moglie è una donna fantastica, oltre che una musicista superba".

Lo scorso autunno lei ha prodotto pure il documentario “Dolores” sulla vita di Dolores Huerta. L’attivista per i diritti civili a cui, fra l’altro, si deve la famosa frase “Sì, se puede”.

"Penso che ad 88 anni Dolores sia un raggio di luce; un’icona, una paladina dell’uguaglianza, della libertà e della giustizia. In India, come in Africa, America, Europa, la Huerta ha dato una voce a donne che non avevano voce. Spero che questo film ispiri tutte le sue “sorelle” sparse per il pianeta".