Martedì 23 Luglio 2024
ARISTIDE MALNATI
Magazine

Alessandro Magno, condottiero e popstar

Una mostra del Mann celebra il mito del Macedone e di una bella (e inquieta) gioventù che, con la sete di conoscenza, conquistò il mondo

di Aristide Malnati

"Dove si va passato il Gange, generale parla, dicci solo dove", i versi pregnanti di Roberto Vecchioni (Alessandro e il mare) evidenziano meglio di storici illustri la sete di conoscenza e di avventura che portò Alessandro il Macedone e la bella (e inquieta) gioventù di una Grecia fondatrice di civiltà a oltrepassare i confini dell’ecumene (del mondo abitato). Quella sete, che ha generato il primo vero incontro-scontro tra occidente e oriente e che ha dato il via al primo processo di globalizzazione della storia, diventa ora una mostra che racconta un uomo, un manipolo di eroi e le loro imprese leggendarie tra mito e storia.

Alessandro Magno e l’Oriente (Catalogo Electa), al Mann (Museo Archeologico Nazionale di Napoli), visitabile fino al 28 agosto, è però in primo luogo una grande operazione filologica, fatta di testimonianze concrete: mosaici policromi, vasi preziosi, raffinati monili in oro, monete d’argento, oggetti di una quotidianità sorprendente per livello di ricchezza e ovviamente statue importanti (come quella in bronzo che ritrae Alessandro sul fido destriero Bucefalo, mentre guarda verso un orizzonte sperduto, dopo la vittoria a Granico nel 334 a. C., che gli rivelò una volte per tutte il suo destino di conquista).

Oltre 150 reperti unici, provenienti dalla raccolta dello stesso Mann, che attinge ai mosaici della vicina Pompei, ma anche dal British Museum, dal Louvre, dal Museo delle civiltà di Roma, per finire con il Museo Archeologico di Salonicco (Grecia), che ha dato in prestito raffinati manufatti trovati a Pella, sede della reggia dei sovrani di Macedonia, da Filippo II e lo stesso Alessandro, suo figlio.

A illuminare il percorso espositivo è il grande mosaico, trovato nella Casa del Fauno a Pompei e da poco restaurato, che raffigura gli acerrimi nemici, Alessandro e Dario III re di Persia impegnati nella battaglia di Isso (333 a. C.), con l’esercito macedone vittorioso: lo sguardo del giovane generale, concentrato e ispirato, riflette con rara intensità l’importanza epocale del confronto.

E poi manufatti di una quotidianità opulenta, che celebrano il condottiero, l’uomo e il filosofo come una popstar dell’antichità: affreschi con scene di caccia in terre remote, la bellissima statua di Artemide efesia (perché Alessandro, nell’idea dei biografi che ne hanno costruito il mito, era un predestinato), e ancora un vaso greco con effigiate le imprese contro i persiani e una preziosissima coppa in oro sbalzato.

È però lo stupore difronte al meraviglioso da parte di giovani eroi ribelli, tutti insigniti delle robuste fondamenta del pensiero greco (precettore del condottiero macedone fu nientemeno che Aristotele), che emerge tra le sale del Mann: Alessandro ed Efestione (amico-amante a cui era legato da profonda “philìa”) sono come bambini che esplorano l’ignoto e se stessi, in un processo di autocoscienza che è stato messo in luce ad esempio in Alexander di Oliver Stone (2002) a cui la mostra di Napoli fa riferimento.

Le meraviglie d’Oriente emanano un fascino indiscutibile nel grande condottiero quando ammira, tra l’altro, la porta dei leoni di Babilonia, i grifoni di Susa, il palazzo di Persepoli fino agli elefanti da combattimento in India. Un mondo fantastico che si rivelò a tappe successive fino a quando mercanti ed esploratori nel II sec. d. C. sarebbero giunti fino all’attuale Vietnam: qui nel villaggio Oc Eo (nel sud del Paese vicino al confine con la Cambogia), l’antica Kattigara, il porto da dove venivano ricchezze favolose, come scrisse il geografo Tolemeo (II sec. d. C.), sono state trovati ceramiche, statuette, monili e monete, tutti romani, a testimoniare come dopo la spedizione macedone gli antichi si spinsero fino alle porte del Celeste Impero.