Il ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio (Ansa)
Il ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio (Ansa)

Uno spettro si aggira per Palazzo Chigi. È l’idea strampalata che il lavoro si possa creare per legge ignorando che irrigidire le norme senza tenere conto del mercato non trasforma i posti precari in posti stabili ma in lavoro nero e disoccupazione. È un’idea che rispecchia la trappola dei «diritti perfetti in fabbriche chiuse» tanto cara alla sinistra massimalista di tutti i tempi, ma che pare ispirare norme come quelle che annunciano una stretta sui contratti a termine e altre forme di lavoro flessibile, impacchettate nel cosiddetto Decreto Dignità. Non c’è organizzazione imprenditoriale che non abbia già fatto sentire la propria voce e messo in evidenza il rischio di contraccolpi durissimi per l’Azienda Italia. Anche solo per l’incertezza di questi giorni di fronte a scadenze e rinnovi.

Preoccupazioni che sono anche di chi un lavoro non ce l’ha o sta passando anni a saltare da un contratto a termine all’altro. La dice lunga il sondaggio che pubblichiamo oggi: il decreto piace a chi non è interessato dai provvedimenti. Agli altri, lavoratori e imprenditori no. Il 58% dei giovani disoccupati, per esempio, promuove il principio della lotta alla precarietà, ma è molto preoccupato di non riuscire a trovare più lavoro mentre il 52% di chi ha un posto a termine teme per il rinnovo. 

Sono voci – di imprese e di lavoratori – che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, non potrà ignorare e alle quali dovrà risposte. Ma sono voci che dovrebbero interessare anche gli azionisti di maggioranza del governo: i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Di Maio, che del Decreto Dignità ha fatto una bandiera, di fronte all’idea di modifiche in Parlamento, ha già messo le mani avanti dicendo che i principi non si toccano. Comprensibile, ma l’esperienza insegna che non è ingessando le aziende che si combatte la precarietà. Più efficace semmai un reddito di cittadinanza che, se fosse riempito di sostegni a chi perde un lavoro con l’obiettivo di trovarne altri, potrebbe essere un elemento chiave di un welfare avanzato come esiste in altri paesi europei. Impossibile, invece, che Matteo Salvini non ascolti le imprese, la maggior parte delle quali provengono da territori fondamentali nell’attribuirgli il successo di cui, indiscutibilmente, ora gode. 

Tutti, del resto – Conte, Salvini e Di Maio – sanno che il loro governo si regge su un contratto. Nessuno di loro può lavorare o augurarsi, ovviamente, che sia a breve termine, ma neppure realisticamente pensare sia a tempo indeterminato.