Luigi Di Maio, 'papà' del decreto Dignità (Ansa)

Roma, 8 luglio 2018 - Bisognerà attendere l’inizio del mese di settembre per comprendere quale sarà realmente la portata del decreto Dignità, approvato nei giorni scorsi dal governo, ma che dovrà essere convertito in Legge dal Parlamento entro 60 giorni. Al momento però, pur essendo un atto provvisorio, ha funzioni di legge anche se potrà essere rivista o accettata in toto dalle aule parlamentari. A sentire le critiche che provengono dall’interno dell’esecutivo non è certo che la norma venga evasa così come è uscita dal Consiglio dei ministri. La Lega ha già annunciato che qualcosa cambierà tra le norme che disegnano tempi e modi dei nuovi contratti di lavoro a tempo determinato. Il giudizio sul decreto che è stato fortemente voluto dal ministro del Lavoro e dello Sviluppo Di Maio fa registrare una particolare doppia modalità di lettura: piace a chi non è interessato dai provvedimenti, è critico invece chi, come gli imprenditori e lavoratori precari, ne sono i soggetti destinatari. 

In generale, dunque, se s’interroga la popolazione nel suo complesso, il 48% esprime opinioni positive sul decreto. La norma che riduce il limite temporale da 3 a 2 anni, introducendo anche altri paletti che dovrebbero rendere meno appetibile per le imprese i contratti a tempo determinato, ricevono poi un consenso che arriva al 53%. Anche altri punti del ‘pacchetto dignità’ sono ben accolti dagli elettori: il 54%, ad esempio, esprime parere positivo sull’introduzione della penale verso le imprese che hanno ricevuto finanziamenti pubblici ma che in seguito spostano le aziende in altri paesi extra Ue. 

Letta in questa maniera, in modo superficiale saremmo portati ad affermare che l’ultimo decreto del governo in tema di lavoro è fortemente condiviso dalla popolazione. In realtà non è così, se si analizzano le opinioni di coloro i quali sono interessati dagli effetti delle nuove norme, la criticità diventa molto elevata. 
Il 58% dei giovani, per esempio, pur promuovendo, in fatto di principio, gli obiettivi di questa ‘mini riforma’ dei contratti si sente molto più preoccupato di prima in quanto chi non è occupato ritiene che ci saranno meno possibilità di entrare nel mercato del lavoro mentre chi ha già in essere un contratto a tempo determinato per il 52% pensa che sarà penalizzato in quanto potrebbe essere licenziato prima di quanto precedentemente previsto se il suo contratto non si tradurrà in una forma a tempo indeterminato. 

Quiondi ciò che si mette in discussione non è la norma, ma si teme che l’obiettivo seppure condiviso di combattere la precarietà possa trasformarsi in un boomerang proprio per chi cerca lavoro e per le migliaia di occupati a tempo determinato. D’altronde bisogna anche dire che lo stesso governo non ha ancora la certezza che queste norme saranno ratificate in legge tra 60 giorni
Se dovesse persistere la posizione critica della Lega potrebbe non esserci la maggioranza per una approvazione nelle due Camere del Parlamento. Interrogando le aziende, i giudizi non cambiano nella sostanza, anzi i fattori negativi aumentano e, diversamente dai giovani, non si condividono neanche gli obiettivi. Il 64% degli imprenditori esprime una opinione nettamente negativa. Questo è un dato di non poco conto da un punto di vista politico perché proprio questa classe dirigente è stata tra i maggiori votanti sia del M5S che della Lega alle scorse elezioni politiche del 4 marzo. Il decreto Dignità, quindi, segna un primo momento di crisi tra elettori dei pentaleghisti e i leader dei due maggiori partiti. Il finale, però, è rinviato a settembre quando il Parlamento dovrà prendere posizione. 
*Direttore Noto sondaggi