Sabato 25 Maggio 2024
LORENZO
Politica

Quei conti con la Storia mai arrivati

Dopo decenni di silenzio e ingiustizie, finalmente la giustizia ha iniziato a fare il suo corso per le vittime delle stragi nazifasciste. Tuttavia, il passato oscuro dell'Italia non è stato ancora completamente affrontato, e il dovere di ricordare e agire rimane imprescindibile.

Guadagnucci

Se c’è uno stato d’animo che ha unito gli scampati alle stragi nazifasciste e i familiari delle migliaia di vittime, questo è il senso di abbandono.

E quindi di ingiustizia. Un’ingiustizia profonda, perché esistenziale, dovuta al lutto,

ma anche civica, perché la nuova Italia non puniva né cercava i responsabili degli eccidi, inescusabili anche in tempo di guerra. Sappiamo come andò. Pochi processi a qualche gerarca nazista – Simon a Padova, Kesselring a Venezia, Reder a Bologna i più noti – poi tutto in archivio, nel cosiddetto armadio della vergogna, per una miope ragion di Stato.

La guerra fredda, si pensò, consigliava di non disturbare la Germania occidentale, e poi come giustificare i processi ai militari tedeschi mentre l’Italia rifiutava di estradare in Jugoslavia, Grecia, Etiopia e altri paesi i propri criminali di guerra? Si rinunciò alla giustizia in nome dell’opportunità politica.

Ma così lo Stato si giocò la sua credibilità e rinunciò anche a fare i conti col proprio passato e con le proprie colpe. Per i superstiti delle stragi non restò che il silenzio: non c’erano orecchie disposte ad ascoltare. Solo i nuovi processi degli anni Duemila, merito principale del procuratore Marco

De Paolis, diedero orecchie allo Stato e chi aveva taciuto finalmente riprese la parola; così, grazie ai testimoni, un po’ di giustizia è stata fatta. Ma non sono stati fatti i conti con la storia, non fino in fondo. Non si è parlato abbastanza degli italiani “carnefici” e della “guerra ai civili” come regola,

e non come eccezione, nella storia del ‘900 e fino ai giorni nostri. Sono passati ottant’anni e altre stragi, altri crimini di guerra avvengono attorno a noi. Avremmo il dovere di vedere nelle vittime di oggi le “nostre” vittime di allora: dovremmo ascoltarle

e non ripetere i vecchi errori. Dovremmo agire.