Lunedì 15 Luglio 2024
SOFIA VENTURA
Cronaca

Modello Zelensky, felpa nera e viso scavato. "Attenti, se cade l’Ucraina anche i vostri figli in guerra"

L’intervista da Bruno Vespa, i messaggi diretti agli italiani: Putin non si fermerà. Anche nell’immagine pubblica il presidente ucraino vuole mostrare la pressione del conflitto

Roma, 13 maggio 2023 – Dopo dieci mesi di video rivolti ai parlamenti occidentali, con la visita al Congresso americano, nel dicembre 2022, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky comincia a portare la sua persona tra quegli alleati dai quali dipende la libertà dell’Ucraina. Seguiranno altri viaggi, da Londra e Parigi ai paesi baltici, mentre continuano le visite dei capi di Stato e di governo e dei leader Ue a Kiev. La solidarietà passa anche attraverso quegli incontri, quelle strette di mano e quegli abbracci, quelle conferenze stampa fatte di rassicurazioni, che rimbalzano poi dai notiziari dei vecchi media alle piattaforme dei nuovi media. Al centro vi è Zelensky, leader iconico che sin dall’inizio ha scelto di incarnare e quindi rappresentare la resistenza. Con quel primo video-selfie notturno dove mostrò da una Kiev deserta che lui e il suo governo non erano fuggiti. Con quell’aspetto che sorge dalla repentina metamorfosi di allora: barba incolta, volto un po’ appesantito e serio, stanchezza perenne, t-shirt, felpe e pantaloni di foggia militare. Un leader di guerra.

Zelensky a 'Porta a Porta'
Zelensky a 'Porta a Porta'

Infine, è giunto anche a Roma, per incontrare Mattarella, Meloni e papa Francesco. Felpa scura, con l’ormai noto tridente ucraino, espressione grave e tirata, pur concedendo familiarità e sorrisi alle autorità di un Paese amico che lo incontra per rinnovare, anche concretamente, il suo sostegno. Bruno Vespa ha creato per lui un grande palcoscenico dopo gli incontri ufficiali. Dal Sommoportico del Vittoriano, aperto su Piazza Venezia e sulla Roma al crepuscolo, circondato da giornalisti, per un’ora e mezzo, con le parole, la voce roca, l’aspetto provato, ha spiegato le ragioni della sua gente. Ogni volta rispondendo alle domande prima ancora che con le parole, con gli occhi e le espressioni del volto, dando l’impressione di conoscere il detto e il non detto di quelle domande, e anche di sorriderne un po’.

E ogni volta ribaltando il punto di vista, anche trascinando qualche intervistatore un po’ perso nelle alchimie degli umori delle opinioni pubbliche o negli equilibri di improbabili grandi mediazioni, nella realtà di un Paese aggredito, un Paese dove si muore, dove il nemico strappa i bambini alle famiglie, che vuole libertà e giustizia. Ribaltando il punto di vista soprattutto rispetto alle chiacchiere di chi è lontano dalla guerra, spiegando chiaramente che tanto più la pace sarà vicina tanto più la controffensiva imminente avrà successo.

Esprime convinzione e determinazione, con le parole e la mimica, e non si fa intimorire dalle necessarie buone maniere richieste dall’occasione. Non teme di ricordare che se cade l’Ucraina sarà poi il momento della Moldavia, e altri Paesi confinanti, che però fanno parte della Nato, e allora è meglio armare l’Ucraina e porre così fine all’aggressività russa che mandare i propri figli a combattere direttamente. E in quel momento si capisce quanto stia cercando di cogliere l’importante occasione di parlare a una delle opinioni pubbliche occidentali più ostili al suo Paese e più intrappolate nella propaganda russa. E per farlo non cerca la strada di una narrazione acquiescente, quanto quella di una autenticità intransigente, sui valori, sugli obiettivi, sul futuro del suo paese e dell’Europa. Una grande prova di comunicazione, ma anche di leadership, di un leader in guerra, a capo della resistenza. Che tornerà a indossare giacca e cravatta dopo la vittoria.