Dopo Inps, Inail, ministeri della Salute, del Tesoro, del Lavoro e dello Sviluppo economico, la nostra inchiesta sugli stipendi pubblici prosegue al dicastero degli Esteri

Roma, 21 marzo 2017 - È DOLCE la vita dell’ambasciatore italiano. Soprattutto all’estero, ma anche nei periodi in cui resta in Italia. A renderla particolarmente piacevole non sono soltantoo il mestiere affascinante e nobile o le prestigiose residenze (particolarmente curate le nostre in terra straniera), ma anche il più ‘volgare’ stipendio, o remunerazione, che si conquista entrando in diplomazia e che porta con sé un ricco corollario di indennità. Certo è che scoprire la retribuzione reale e l’insieme delle indennità e rimborsi spese di un diplomatico è come una vera e propria caccia al tesoro per venire a capo di «uno dei segreti meglio custoditi della Repubblica», come ha scritto qualche anno fa l’economista bocconiano Roberto Perotti, il quale ha dedicato all’argomento un pamphlet che ha fatto tanto irritare la casta delle feluche: «Quando i papaveri conquistano i politici: il caso della Farnesina». Un netto j’accuse sui guadagni che ha trovato un successivo aggiornamento in un capitolo del saggio «Status quo». 
 
EBBENE, dopo faticose navigazioni sul sito del ministero, in quella che dovrebbe essere la sezione «trasparenza», e dopo richieste di delucidazioni e precisazioni (solo parzialmente riscontrate), possiamo raggiungere una prima conclusione che conferma quanto scritto da Perotti: i diplomatici italiani in giro per il mondo, anche dopo la riforma delle indennità del 2015, continuano a guadagnare in media almeno due volte in più dei loro colleghi tedeschi. Per capirci, il nostro ambasciatore a Parigi (considerata, tra l’altro, la più bella residenza italiana all’estero) poteva contare, fino al 2015, su una remunerazione mensile netta di circa 21mila euro, quello tedesco su circa 8.400 euro. Al ‘nostro’ spettava, in aggiunta, un rimborso-indennità di rappresentanza di circa 13mila euro, al tedesco le spese erano e sono pagate direttamente da Berlino. 
 
PER UNA CAPITALE come Washington la differenza, sempre fino al 2015, è stata tra 24mila euro (per l’ambasciatore italiano) e 9.400 (per quello tedesco). E via di seguito con le stesse proporzioni per le altre sedi all’estero.
Dal 2015, è vero, la riforma dell’Indennità di servizio all’estero, l’Ise, ha cambiato un po’ le cifre, ma il compenso complessivo dei diplomatici italiani non dovrebbe essere calato di più del 10 per cento. 
Da quali parti è composta la remunerazione di un diplomatico italiano? Sempre seguendo lo schema del professor Perotti, si può dire che le voci da prendere in considerazione sono quattro: lo stipendio cosiddetto metropolitano, che è la retribuzione vera e propria, pari a circa 10mila euro mensili netti per i diplomatici residenti in Italia e a circa 5.400 euro quando vanno all’estero. 
 
MA SE LO STIPENDIO base si dimezza andando in missione, si può contare, però, sulla cosiddetta Ise, Indennità di servizio all’estero. Quest’ultima, sulla quale torniamo nell’approfondimento specifico, è – come ha documentato lo stesso Perotti – di spettanza dell’ambasciatore o del ministro plenipotenziario o di qualsiasi altro diplomatico, che può usarla come meglio ritiene. 
Fin qui quella che possiamo considerare retribuzione o stipendio. Ma non è meno rilevante l’assegno di rappresentanza, insieme con altri possibili vantaggi (relativi a indennità di sistemazione, di richiamo, di trasloco e così via). A differenza delle prime due voci, però, l’indennità di rappresentanza si riferisce a spese che devono essere documentate e che sono dettagliatamente regolamentate.