Dino Zoff fra i pali con la maglia della Nazionale
Dino Zoff fra i pali con la maglia della Nazionale

Ha festeggiato un Europeo da giocatore ed è arrivato a venti secondi da vincerne uno da commissario tecnico. Dino Zoff, classe d’acciaio 1942, è “il” portiere della Nazionale italiana, almeno per la generazione che ha vissuto adolescenza e maturità fra gli anni ’60 e ’80. Schiatta friulana, terra di vini di carattere e calciatori di nerbo. Tarcisio Burgnich, scomparso di recente, ma anche Fabio Capello, solo per citarne due. Modello di sobrietà e operosità. Etica del lavoro quasi calvinista. Estremo difensore essenziale ma efficacissimo. Con lui fra i pali l’Italia ha conquistato il suo unico campionato europeo, nel 1968.

Che Nazionale era quella che alzò il trofeo?

“Era una rosa ricca di elementi naturalmente molto dotati. Ma c’è da dire che abbiamo giocato le due partite finali contro squadre che all’epoca rappresentavano nazioni molto più grandi, come l’Unione Sovietica e la Jugoslavia, e quindi potevano pescare da bacini con potenzialità totalmente diverse”.

Qual era la qualità migliore di quell’Italia?

“Eravamo un gruppo molto compatto, capace di remare all’unisono verso l’obiettivo. Oggi, spesso, si abusa del concetto di ‘fare gruppo’, a mio parere. L’importante è inculcare nei giocatori il concetto di lavoro, della responsabilità di fare il proprio lavoro. Se si riesce a centrare questo obiettivo il gruppo viene da solo”.

Cosa ricorda delle due partite conclusive?

“Con l’Urss all’inizio fummo scalognati perché Rivera s’infortunò, cosicché fummo costretti a giocare praticamente in dieci una buona fetta del match. Poi la sorte guardò dalla nostra parte, riequilibrando la situazione con il lancio della monetina che ci consentì di centrare la finale. Meno male. Per noi e per le 90mila persone che affollarono lo stadio di Napoli, tifando senza sosta per tutti i 120 minuti. Le due finali, invece, ebbero un andamento completamente differente. Nella prima patimmo notevolmente il brio della Jugoslavia. Fummo bravi e fortunati a pareggiare, perché loro giocarono meglio. Nella seconda Valcareggi effettuò alcuni cambi (cinque, ndr) e, anche potendo contare su uomini più freschi, avemmo vita relativamente facile”.

La maratona contro i sovietici si concluse con il lancio di una monetina. Cosa pensaste all’epoca di una conclusione tanto spietata?

“Certamente legare il proprio destino al lancio di una monetina è quasi crudele. Noi, però, avevamo fatto quello che potevamo fare in campo. Non eravamo riusciti a vincere, ma la dea bendata ci ha dato una mano”.

Come trascorreste quei momenti in attesa del verdetto finale?

“Eravamo bloccati nello spogliatoio. E anche tutto il pubblico era rimasto sugli spalti, con il fiato sospeso. Quando ci portarono la notizia dall’ufficio riservato agli arbitri e ai dirigenti dell’Uefa uscimmo a ricevere l’applauso degli spettatori e a ringraziarli. Furono unici. Quando l’Urss spingeva fischiavano tutti. Quando avevamo la palla noi, invece, ci sostenevano a gran voce. Sensazioni che non posso dimenticare”.

Su quella monetina sono fiorite molte leggende…

“C’è chi ha parlato di moneta truccata. Chi ha detto che il lancio fu ripetuto perché la moneta si era persa fra le mattonelle del pavimento. Macché. Fu tutto regolare. Fummo solamente fortunati”.

Poi arrivò la doppia finale con la Jugoslavia. Vincemmo la seconda partita solo perché potemmo contare su forze più fresche?

CAMPIONATI EUROPEI 1968

“Non credo. Nella prima partita la Jugoslavia giocò meglio di noi. Ci misero alla frusta e dobbiamo ringraziare Domenghini, che riuscì a trovare il gol su punizione. I secondi 90’ furono chiaramente nostro appannaggio. Non si può ricondurre l’esito finale solo ai cambi effettuati da Valcareggi. Avrebbero potuto operare qualche sostituzione anche gli slavi, dopotutto avevano anche loro una rosa valida. È possibile che il loro ct abbia deciso di puntare sull’undici consolidato. Noi fummo bravi a fare una partita del tutto diversa da quella precedente, a partire da Burgnich che riuscì a mettere la museruola al loro giocatore migliore, l’ala Dzajic che aveva segnato il gol del vantaggio nel primo incontro. Una volta bloccato lui, la sfida si fece più semplice”.

Che rapporto aveva la squadra con il ct Valcareggi?
“Molto bello. Ferruccio era un signore molto educato e pieno d’esperienza. Stavamo bene con lui e fra di noi. Trascorremmo momenti piacevoli”.

Il sostegno dei tifosi nelle ultime due partite fu più motivo di spinta o fonte di pressione?

“Più c’è spinta dei tifosi, più c’è pressione. Le due cose vanno di pari passo. Si sente di più la responsabilità, quando hai il pubblico dalla tua parte. Ma io credo che i livelli di concentrazione non debbano superare la soglia di guardia, altrimenti si rischia di esagerare e ottenere l’effetto opposto rispetto ai propri obiettivi”.

Il torneo fu giocato in un anno particolare a livello politico e sociale. Vi arrivò eco dei movimenti del ’68? E fra voi ne parlavate?

“Le manifestazioni erano quotidiane, quindi non si poteva non accorgersi di quello che stava accadendo. Il nostro impegno a portare avanti il torneo europeo, però, era troppo importante e cercammo di pensare il più possibile al nostro lavoro. Certo, capitava di parlare di quello che accadeva intorno a noi e di commentare le notizie. Ma niente di più”.

C’è qualche giocatore della Nazionale di Mancini che le ricorda suoi compagni di allora?

“No. I tempi sono diversi. Sono convinto che oggi la media qualitativa dei giocatori sia superiore a quella di allora. Ma quelli che all’epoca indossavano la maglia della Nazionale erano di gran lunga superiori alla media dei calciatori che militavano in serie A. Una volta c’erano i Riva”. E, pronunciate queste parole, Super Dino resta significativamente in silenzio.

Da ex portiere cosa pensa di Gigio Donnarumma? È già al top o può ancora migliorare?

“E’ molto forte ed è giovane, due dettagli che giocano a suo favore. Detto questo, si può sempre migliorare. Io sono migliorato anche oltre i 30 anni. Lui ha la fortuna di aver disputato già molti campionati da titolare in una grande squadra. Comunque come portiere mi piace”.

Nella sua carriera avrebbe mai pensato di tornare a vincere una competizione per nazionali, il Mondiale del 1982, a 14 anni di distanza da quell’Europeo?

“L’arrivo di Bearzot alla guida della Nazionale permise a me e a tutti i miei compagni di pensare molto in positivo. Enzo era un comandante di grande levatura”.

Lei è arrivato a un minuto dalla vittoria di un Europeo anche come commissario tecnico. A oltre vent’anni di distanza ha superato quella delusione?

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“Macché un minuto. A venti secondi. La delusione del momento fu terribile. Sono convinto che noi la partita con la Francia l’abbiamo persa sull’1-1. Peccato, perché avevamo giocato bene. Avevamo un gol di vantaggio e non siamo riusciti a concretizzare due grandi occasioni. Sono convinto che in semifinale il destino – e Toldo – ci aiutarono con l’Olanda. E che in finale il destino ci tolse quello che ci aveva offerto contro gli Orange”. 

È ancora in contatto con i compagni di squadra del 1968?

“Diversi, purtroppo, sono mancati, ultimo dei quali Burgnich. Non ci sentiamo molto, anche perché noi tutti veniamo da un’era in cui i telefonini non esistevano. Capita di vederci in qualche occasione ufficiale. Fra tutti noi, comunque, c’è una grande stima reciproca”.