Lo striscione con le foto di alcune giovani vittime a Pescara del Tronto
Lo striscione con le foto di alcune giovani vittime a Pescara del Tronto

Arquata del Tronto (Ascoli Piceno), 1 settembre 2019 - “Qui dalle macerie, tutto bene”. Oppure: “Il terremoto, l’unico che ha mantenuto davvero le promesse e non ci ha abbandonato”. Sanno trovare l’ironia anche nella disperazione, gli sfollati, e postano commenti così, sui social. Provati dall’ultima scossa, di magnitudo 4.1, un po’ dopo le due di domenica. Prosegue la sequenza infinita partita alle 3.36 del 24 agosto 2016: da allora 110mila eventi, ci ricorda l’Ingv. L’ironia serve anche per esorcizzare la paura. Alle spalle tre governi, tante promesse e uno stallo di fatto. E nella notte insonne - un’altra notte insonne - sono accolte  come fossero un ristoro le spiegazioni di Emanuele Tondi, geologo che fino a pochi mesi fa è stato sindaco Camporotondo di Fiastrone. Informa i suoi cittadini, impauriti come tutti gli altri: “È una ripresa della sequenza, sempre possibile. Negli ultimi tre mesi, come in quelli precedenti, si sono verificati numerosi terremoti, anche se molti non li abbiamo percepiti”. “Arquata è rasa al suolo, ci sei mai stato?”, s’infuria invece una terremotata con un politico che twitta impegni e si dice sollevato perché stavolta non ci sono stati danni. E non esiste più il cuore del comune, Pescara del Tronto.

Patrizia Marano, romana, ha visto sterminata la sua famiglia. Sotto le macerie del 24 agosto sono morti il marito Alberto, il figlio Tommaso di 14 anni, i genitori, un cognato e tanti amici. Lei ha fondato un’associazione, ‘Io sto con Pescara del Tronto’. Sospira: “Ancora aspetto di recuperare le nostre cose. Come la moto di Alberto, una Harley Davidson. Non so in che condizioni sia, con la scossa del 30 ottobre è stata seppellita dalle macerie un'altra volta. E pensare che su quella moto sto ancora pagando la tassa di proprietà, non me l’hanno voluta sospendere...". Sicuramente corretto ma paradossale. Come la successione, "avevamo due case, l'abbiamo pagata su entrambe". Restano solo macerie. Piange: “Io Pescara l’ho amata tantissimo, oggi la odio con tutta me stessa... Però voglio ricostruire. Non so dove sarà, ma sono decisa. Penso a una poesia che aveva scritto mio figlio, per lui era un castello incantato. Io voglio che riviva, quel castello. Lì ci sono i sacrifici miei e di mio marito, dei miei genitori ma anche dei miei figli. Il dolore è sempre più insopportabile, viviamo una vita che non è nostra. Per fortuna siamo uniti, tra noi fratelli e sorelle”.
Patrizia è di casa nelle Marche, "perché ho seppellito i miei a Borgo di Arquata - confida -. Sono stati giorni durissimi”. Era alla veglia della memoria, a dispetto di tante famiglie che non partecipano più, per protesta, perché si sentono abbandonate dalle istituzioni. “Io ci sono sempre stata. I miei morti li sento lì”, non ha dubbi. Come presidente dell’associazione,  ha scritto una lettera aperta. Denuncia la solitudine dei terremotati. “Dal Belice all’Irpinia alla Valnerina, tutti hanno o stanno dimenticando. A tre anni dal sisma Pescara del Tronto è una distesa di macerie senza forma. Guardandole respiri la sconfitta del cittadino di fronte all’inerzia delle autorità. Non mi sento più cittadina italiana, non mi sento più nulla. Sono invisibile a tutti”. Resta il dolore che schianta, e l'odore delle macerie che si porta sempre addosso, lei che è rimasta là sotto per ore. “Quella polvere acida che ti entra nei polmoni e ti impedisce di scaricarti il cuore dal dolore”.