Rita Cuccuru (Facebook)

«AVEVO diciassette anni quando la mia vita è cambiata in un istante. Ero ferma allo stop in sella al motorino, una macchina mi ha centrato in pieno. E ho perso per sempre l’uso delle gambe… ». Rita Cuccuru oggi di anni ne ha quaranta. Insieme a Francesca Porcellato, è la Gran Dama dell’handbike al femminile. Vittorie in Coppa del Mondo, tappe al Giro d’Italia, la Paralimpiade di Tokyo come grande sogno nel cassetto. «Francesca è la numero uno, ci stimoliamo a vicenda sfidandoci – sorride Rita, centralinista in una azienda del comprensorio della ceramica –. Ed è molto bello anche il rapporto con Alex Zanardi, una gran persona che non fa pesare mai la sua enorme popolarità».

Come sei arrivata alla bicicletta spinta con le mani? «Ah, io da ragazzina adoravo l’agonismo. Prima dell’incidente giocavo a calcio, avevo già debuttato in serie A nella Torres, accanto alla mitica Carolina Morace. Dicevano che ero una promessa, ma mi sono ritrovata sulla carrozzella… ».

Mai temuto fosse la fine di tutto? «Nemmeno per un attimo! Io sono una sarda testarda, nata in Germania perché i genitori si erano trasferiti per motivi di lavoro. Ho incrociato il destino allo stop quando eravamo tornati nell’isola. Non era passato nemmeno un anno dallo schianto e già mi dedicavo alla pallacanestro con la mia carrozzina».

E come si passa dal basket all’handbike? «C’è di mezzo il triathlon». Il triathlon?!? «Esatto. Non sono capace di stare ferma e per un lungo periodo ho praticato la fatica tripla. Con risultati molto positivi, ho vinto un titolo europeo e due gare mondiali a Chicago e in Canada. Ma poi è arrivata la tromba».

Temo di non capire. «Sa, vivo da anni in Emilia e facevo parte della banda di Solignano, un paesino non lontano da Maranello. Un giorno gli altri suonatori parlano di organizzare una camminata collettiva e qualcuno fa: e Rita? Allora salta fuori che a Ferrara c’era disponibile un modello di hand bike. Sarebbe stata perfetta per permettermi di partecipare alla gita».

Certo che la vita sorprende sempre. «Insomma, vedo quel gioiello da spingere con le braccia e me ne innamoro. Così, eccomi qua».

In maglia azzurra. «Con le gare ho cominciato grosso modo un anno fa. Era una scommessa, un’altra. Non ho più smesso».

Come ti alleni? «Mediamente quattrocento chilometri alla settimana. Debbo stare attenta alle strade, non è che ci siano percorsi studiati per noi disabili! Di solito applico le tabelle del mio allenatore, Federico Sanelli, sulla Bazzanese, la via che da Vignola porta a Bologna».

Mi hanno raccontato che sul retro della tua hand bike sventola il vessillo dei Quattro Mori, il simbolo della Sardegna. «Sì, sono molto legata alle radici. Sulla bandiera c’è il nome di mia madre, si chiamava Emilia e adesso non c’è più. Forse era scritto che in Emilia dovessi venire a viverci».

Insieme a Zanardi e a Francesca Porcellato quali sono gli appuntamenti per il 2018? «Avremo i campionati del mondo in Italia, a Magnago, nel Friuli. Spero di essere convocata sia per la prova in linea che per quella a cronometro».

Un antipasto in attesa della Paralimpiade di Tokyo. «E’ il grande sogno». Magari ci andrai insieme al tuo conterraneo Aru. «Volentieri, però io faccio il tifo per Nibali… ».