di Francesco Delzio

Nei primi giorni di settembre 2020, quando l’agenzia del Governo francese Cades ha annunciato l’emissione del più grande social bond della storia per un valore di 22 miliardi di dollari, analisti e investitori hanno avuto la certezza di un passaggio epocale: i mercati finanziari globali sono entrati definitivamente nell’era della sostenibilità.

Sempre nel mese di settembre, sono stati emessi a livello globale green bond per ben 50 miliardi di dollari su 200 miliardi complessivi già emessi nel corso del 2020. È un altro record. Il rispetto da parte delle aziende dei criteri ambientali e sociali, dunque, non è mai stato così importante per gli investitori. E non c’è guida più efficace dei mercati finanziari per orientare i comportamenti delle imprese.

Nessuno avrebbe potuto prevedere uno sviluppo di questa portata nel settembre 2015, quando fu varata l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazione Unite (nella foto il segretario generale Antonio Guterres): "un piano d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità", composto da 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development GoalsSDGs), che superava la concezione della sostenibilità come questione unicamente ambientale legandola strettamente allo sviluppo economico e sociale. Pur trattandosi di un manifesto globale particolarmente innovativo – o forse proprio per questo motivo – la gran parte degli operatori economici e dei commentatori lo considerò come una splendida dichiarazione di principio, che avrebbe avuto in concreto effetti deboli e lontani nel tempo.

Nel frattempo il mood delle opinioni pubbliche dei Paesi avanzati è profondamente cambiato: gli ultimi anni sono stati caratterizzati dall’affermazione, con imprevedibile rapidità, di una coscienza ambientale e sociale molto più robusta e viva a livello globale. E con la consueta capacità anticipatrice dei trend globali, i mercati finanziari hanno iniziato a scommettere fortemente su quelle imprese che apparivano in grado di reggere l’impatto con il nuovo modello. Oggi le imprese italiane – almeno le grandi imprese e le medie imprese più internazionalizzate – non percepiscono più la sostenibilità come un valore esclusivamente etico, ma ne colgono l’importanza come elemento di competitività economica sui mercati e come strumento per la riduzione del profilo di rischio finanziario dell’azienda stessa. Molte aziende hanno inserito gli SDGs all’interno delle proprie strategie, dimostrando in concreto di saper rispondere alle sfide della sostenibilità in modo più immediato e dinamico rispetto agli Stati.

Realizzare lo sviluppo sostenibile, tuttavia, è a sua volta un’impresa. Implica in molti ambiti di business il ribaltamento dei paradigmi tradizionali e può rappresentare un costo economico e un impegno manageriale notevoli. Ma ormai è chiaro: non cogliere appieno questa sfida oggi, potrebbe costringere ad uscire dal mercato domani.

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