Vino

PANZANO IN CHIANTI (Firenze), 
«LO SA, VERO, che lei è un po’ la ‘Marianne’ del Chianti Classico?».

Sorride, ‘Giovanni Manetti di Fontodi’, come lo chiamano tutti da sempre a Panzano in Chianti, dove fa il viticoltore fin da ragazzino nell’azienda fondata dal padre Dino. E ora alleva anche Chianine, da apprezzare nei piatti del suo fraterno amico Dario Cecchini, il celebre macellaio-poeta. Cinquantacinque anni, sposato, tre figli, grande passione per la bicicletta («ma mi toccherà un po’ trascurarla…», sospira), Manetti è il quattordicesimo presidente del Consorzio del Chianti Classico, eletto con voto plebiscitario insieme al nuovo consiglio nel quale entrano anche diversi big del Gallo Nero.

Che effetto le fa questa identificazione?
«È una grande soddisfazione, un riconoscimento alla mia carriera di viticoltore e all’impegno sempre dimostrato nell’associazione di Panzano, nel lavoro per il distretto, nella lunga esperienza nei consorzi. Ma insieme c’è anche il senso della responsabilità: so di rappresentare circa 600 soci con 35 milioni di bottiglie vendute e un giro d’affari di svariate centinaia di milioni».

In che momento del Chianti Classico arriva questa elezione?
«Siamo in piena attuazione delle riforme strutturali realizzate dal Consorzio, con l’introduzione della Gran Selezione, passaggio che manifesta la volontà di un salto in alto e in avanti verso una tipologia di fascia alta e prezzo importante per occupare uno spazio che mancava tra i grandi vini del mondo. Non a caso alcuni supertuscans sono rientrati nel Gallo Nero, e altri vini sono stati creati per questa tipologia».

Ma non si penalizza così la riserva?
«Al contrario, sembra un paradosso ma la Gran Selezione ha creato un effetto traino sulla riserva, che adesso ha numeri in crescita. Si è rotto il tetto psicologico del prezzo, dimostrando il grande potenziale del territorio verso l’eccellenza».

Ma non basta, lei lo sa.
«Certo, il lavoro deve continuare, la Gran Selezione dovrà essere coniugata con le Menzioni geografiche aggiuntive, a questi livelli il mercato richiede un rapporto più stretto tra il vigneto e il vino che vi si produce».

È cambiato, il mercato?
«Non solo il mercato, anche la produzione e la richiesta del consumatore, oggi alla ricerca di espressione di un territorio unico, non ripetibile, con i suoi profumi e sapori. In parallelo cresce la domanda degli autoctoni: noi siamo fortunati con il nostro sangiovese».

E i vostri mercati?
«Il 77% del Chianti Classico va all’export, in Italia resta il 23% ma con segnali interessanti di crescita. Il primo mercato sono gli Usa con il 33%, piazza classica ma per me non ancora matura perché tutto si concentra fra le due coste, l’Illinois e il grande Sud, mentre il cuore centrale è da sviluppare. Ci sono segni di espansione in Canada, poi la grande sfida dell’Asia: in Cina siamo esigui, solo il 2%, ma il bacino di utenza è vastissimo».

Però in Cina c’è chi vi ha preceduto in iniziativa, come il Chianti DOCG con la sua Chianti Academy.
«Anche noi stiamo preparando iniziative. Ma è un mercato molto giovane, altalenante, dove prima andavano i grandi Bordeaux oggi va il Cile dei prezzi bassi. Un mercato dalle tendenze volatili, le strategie non sono facili».

In consiglio con lei anche molti big: che segnale è?
«Vuol dire che consorzio e denominazione stanno a cuore, la voglia di partecipare è molto sentita anche nella base. Al centro di tutto c’è il vino. Ho chiesto ai colleghi di porsi ogni volta una domanda: serve a valorizzare il Chianti Classico? Spesso ci viene chiesto di occuparsi dei laghetti irrigui o delle piscine nelle aziende: ecco, credo che possono farlo altri, vorrei occuparmi sempre più di vino».