È una di quelle partite in cui tutti alla fine possono dire di aver vinto, non senza buone ragioni. Ma c’è uno che ha vinto più degli altri: Giuseppe Conte. E uno il cui successo ricorda il classico premio di consolazione: la famiglia Benetton. Alla fine della notte più tempestosa del suo secondo governo, il premier porta a casa due risultati importanti, tutt’altro che garantiti alla vigilia. Il dossier Autostrade – almeno sulla carta – è chiuso. Si vedrà poi quanto carta e realtà coincidono, ma il passo avanti è netto. Secondo: nessuno nella maggioranza ne esce con ferite non rimarginabili. Non c’è la...

È una di quelle partite in cui tutti alla fine possono dire di aver vinto, non senza buone ragioni. Ma c’è uno che ha vinto più degli altri: Giuseppe Conte. E uno il cui successo ricorda il classico premio di consolazione: la famiglia Benetton. Alla fine della notte più tempestosa del suo secondo governo, il premier porta a casa due risultati importanti, tutt’altro che garantiti alla vigilia. Il dossier Autostrade – almeno sulla carta – è chiuso. Si vedrà poi quanto carta e realtà coincidono, ma il passo avanti è netto. Secondo: nessuno nella maggioranza ne esce con ferite non rimarginabili.

Non c’è la revoca della concessione, però l’uscita dal cda di Aspi dei Benetton rende contente tutte le anime dei Cinquestelle. I duri alla Di Battista e anche quelli come Di Maio che, dopo aver invocato lo stop, avevano lavorato per una soluzione politica. Gronda soddisfazione quella parte del Pd che si è data da fare per salvaguardare la continuità aziendale: Bettini, Franceschini, Orlando e, naturalmente, il ministro dell’Economia Gualtieri, che parla di "vittoria dello Stato e dei cittadini".

Magari non avrà avuto un ruolo da protagonista nella vicenda, però Renzi ha sempre sostenuto l’ingresso di Cassa depositi e prestiti nella partita. L’epilogo lascia l’amaro in bocca ai Benetton, ma il benservito verrà pagato a caro prezzo dallo Stato. Sorride Angela Merkel: l’investimento della tedesca Allianz in Aspi è salvo. Ma chi ne esce alla grande è Conte, che ha giocato un match spericolato, soprattutto con quell’intervista in cui, dando per fatta una revoca alla quale in realtà non puntava, ha costretto la controparte a più miti consigli, facendo però infuriare la sua maggioranza.

Persino il pacato Lorenzo Guerini, l’altra notte, gli ha rinfacciato la prima pagina del Fatto quotidiano dove compare mezzo Pd sotto la scritta United dem of Benetton: "Guarda cosa ha combinato il tuo amico Casalino". Pronto, il premier ha rilanciato sulla ministra De Micheli: "Paola sei stata scorretta a fare uscire la lettera sui rischi di una revoca", alimentando fantasmi di rimpasto. E i ministri M5s e di Iv a lamentarsi perché lasciati fuori dalla riunione clou. In una giornata tutto sommato positiva, anche grazie all’accordo trovato ieri sera su Ferruccio Sansa, candidato comune di Pd-M5s in Liguria, la nota dolente restano i rapporti tra i giallorossi. Erano al minimo storico e la notte brava, se non li ha peggiorati, certo non li ha migliorati.

L’insistenza dei grillini sulla revoca, le manovre sempre più autonome di Di Maio in un Movimento in crisi di identità, la sfacciataggine con cui Conte ha giocato una partita personale, la tensione tra i due cardini del governo – ministro dell’Economia e premier – sono elementi che lasciano intendere come il quadro si tenga con il nastro adesivo. Fino all’autunno non succederà niente perché né in maggioranza né all’opposizione vogliono che si muova foglia. Una volta approvato il referendum, varata la finanziaria e la nuova legge elettorale, nessuno a Palazzo scommette un euro sulla sopravvivenza della legislatura.