Andrea Martini Stravaganza, eccentricità, bizzarria. Sono tre termini, generalmente usati come sinonimi, che nel ventaglio in cui si dispiega la visionarietà di Wes Anderson ritrovano la corretta gradazione. L’universo del regista è fatto di scenografie, costumi, arredi che, vivificati dall’occhio mobile dell’obiettivo e dal ritmo del montaggio, divengono...

Andrea

Martini

Stravaganza, eccentricità, bizzarria. Sono tre termini, generalmente usati come sinonimi, che nel ventaglio in cui si dispiega la visionarietà di Wes Anderson ritrovano la corretta gradazione. L’universo del regista è fatto di scenografie, costumi, arredi che, vivificati dall’occhio mobile dell’obiettivo e dal ritmo del montaggio, divengono coreografie capaci di ipnotizzare lo spettatore. Il suo cinema risponde al gusto molto prima di rispondere alla ragione o al sentimento.

Anche in “The French Dispatch“ tante vicende tra loro intrecciate si rincorrono in quadri che mutano costantemente cornice. L’ambito in cui ci si muove è la redazione di un settimanale, il “French Dispatch” – evidente clone del celebre “NewYorker” – messa in subbuglio dalla scomparsa del suo direttore (Bill Murray). Saranno scritti in suo onore quattro articoli: un viaggio nei quartieri malfamati della città redatto dal cronista in bicicletta, la scoperta di un geniale pittore chiuso in carcere da ingordi mercanti, una cronaca di amore e morte sulle barricate della rivolta studentesca, e una storia di rapimenti, droghe e alta cucina inventata per l’occasione.

Le quattro avventure, messe in scena mescolando pellicola e grafica, novel e disegno animato, colore e bianco e nero, sono improntate alla minuziosa ricostruzione d’epoca, alla attenzione plastica e cromatica degli interni e degli esterni, alla fantasiosa reinvenzione di luoghi ispirati a evidenti modelli. Il mondo di Anderson è ormai un marchio di fabbrica: per gli attori è un vanto partecipare al suo gioco. “The French Dispatch“ oltre ai protagonisti Tilda Swinton, Frances McDormand, Timothée Chalamet, Léa Seydoux vanta una lunghissima teoria di star di prima grandezza. Si può anche arricciare il naso davanti al cinema di Anderson ma è obbligo riconoscerne l’unicità.