"Penso spesso a Lucio Dalla. Vorrei dirgli: Lucio, adesso che sei in Paradiso salutami mia mamma, che sono sicuro che sia lì". Una delle molte confessioni, fra cinema, musica e vita, una delle molte piccole grandi rivelazioni di Vorrei sparire senza morire, il documentario su Pupi Avati presentato ieri alle Giornate degli autori alla Mostra del cinema di Venezia. Prodotto da Iulm Movie Lab, nato da un’idea di Gianni Canova, critico cinematografico e rettore...

"Penso spesso a Lucio Dalla. Vorrei dirgli: Lucio, adesso che sei in Paradiso salutami mia mamma, che sono sicuro che sia lì". Una delle molte confessioni, fra cinema, musica e vita, una delle molte piccole grandi rivelazioni di Vorrei sparire senza morire, il documentario su Pupi Avati presentato ieri alle Giornate degli autori alla Mostra del cinema di Venezia.

Prodotto da Iulm Movie Lab, nato da un’idea di Gianni Canova, critico cinematografico e rettore dello Iulm, Vorrei sparire senza morire accoglie interviste inedite a Pupi Avati, realizzate nel corso di quattro giorni passati a casa del maestro bolognese dai due giovani autori del documentario, Marta Erika Antonioli e Nicola Baraglia.

"Abbiamo scoperto soprattutto il lato umano di questo grande autore del cinema italiano", dice Marta Erika. "E abbiamo scoperto che su di lui non c’erano che interviste sparse, non un lavoro che ricostruisse il suo enorme percorso di artista".

Il film è un percorso – intessuto dalla voce flebile di Avati, quasi un sussurro – che attraversa i suoi luoghi del cuore, la sua Bologna, l’Appennino, ma anche la sua passione per la musica, il grande amore giovanile, quando negli anni ’50 Pupi Avati faceva parte della Doctor Dixie Jazz Band. Il regista racconta folgorazioni e frustrazioni: l’incontro con la futura moglie, le prime emozioni al vedere la scritta “Cinecittà“ in un cartello stradale, nel suo primo approdo a Roma. Altri luoghi punteggiano il film: come la Rocca Mattei, in cima all’Appennino bolognese, location di Balsamus – L’uomo di Satana, il suo primo film.

"Pupi Avati è un grande affabulatore, un grande narratore della sua vita, fra attimi poetici, lirismo e malinconia", dice Nicola Baraglia, coautore del film.

"Abbiamo potuto usare le musiche originali che Ennio Morricone compose per i film di Avati, e la DueA, la casa di produzione di Pupi e Antonio Avati, ci ha messo a disposizione non solo spezzoni di film, ma filmati privati, foto, un bagaglio di testimonianze visive che arricchisce il percorso, scandito dalle parole di Avati stesso".

Il titolo? È Pupi stesso a spiegarlo. Vorrebbe evitare ai propri cari il dolore che lui stesso provò, quando morì sua madre. "È con riflessioni sulla morte che si apre e si chiude il film", dice Marta Erika. "Ma non si tratta di un film malinconico, tutt’altro".

g. bog.