di Lorenzo Guadagnucci Boris Pahor ha scritto in un suo libro di memorie che l’incendio del Narodni dom "fu l’inizio del terrore per noi sloveni". Era il 13 luglio del 1920 e il futuro scrittore fu testimone oculare dell’impresa, compiuta dalle squadracce fasciste capitanate dallo spericolato Francesco Giunta, fedelissimo di Mussolini arrivato a Trieste dalla sua Firenze. Pahor aveva sette anni, abitava in via Commerciale, poco lontano dal Narodni dom, e accorse sul posto con la sorellina Evelina: "La Casa di Cultura – ha raccontato – gettava bagliori di fuoco da ogni finestra. Rimanemmo impietriti di fronte a quella scena". Non era che il preludio, due anni prima della Marcia su Roma, di ciò che sarebbe stato il nazionalismo fascista nella Venezia Giulia: una funesta,...

di Lorenzo Guadagnucci

Boris Pahor ha scritto in un suo libro di memorie che l’incendio del Narodni dom "fu l’inizio del terrore per noi sloveni". Era il 13 luglio del 1920 e il futuro scrittore fu testimone oculare dell’impresa, compiuta dalle squadracce fasciste capitanate dallo spericolato Francesco Giunta, fedelissimo di Mussolini arrivato a Trieste dalla sua Firenze. Pahor aveva sette anni, abitava in via Commerciale, poco lontano dal Narodni dom, e accorse sul posto con la sorellina Evelina: "La Casa di Cultura – ha raccontato – gettava bagliori di fuoco da ogni finestra. Rimanemmo impietriti di fronte a quella scena". Non era che il preludio, due anni prima della Marcia su Roma, di ciò che sarebbe stato il nazionalismo fascista nella Venezia Giulia: una funesta, duratura e mortale oppressione per la minoranza slovena della città.

Oggi, a un secolo di distanza e un mese prima di compiere 107 anni, Boris Pahor è chiamato a fare da ponte fra due stati – l’Italia e la Slovenia – che tentano di far almeno convivere, visto che unificare non si può, memorie rimaste finora contrapposte. Il regime fascista e gli orrori della guerra hanno lasciato tracce profonde e dolorose lungo il confine orientale. Da un lato il violento tentativo di snazionalizzare la minoranza slovena e l’aggressione militare nei Balcani, dall’altro le atrocità compiute dai partigiani comunisti jugoslavi durante la parte finale della guerra e nei 40 giorni di occupazione di Trieste (dal 1°maggio al 9 giugno 1945). Decenni di silenzi, di revanscismi e di propaganda hanno esacerbato le contrapposizioni.

Toccherà a Boris Pahor, triestino di lingua slovena, internato nei lager nazisti, intellettuale inviso alla Jugoslavia comunista, scrittore già famoso all’estero ma ignorato fino a poco tempo fa in Italia e perfino nella sua Trieste, toccherà a questo centenario figlio di una città ancora piena di rancori fare da anello di congiunzione, da punto di caduta di tutte le ingiustizie e di tutte le ipocrisie.

Oggi Pahor riceverà in Prefettura le massime onorificenze di due stati, l’Italia e la Slovenia,dale mani dei rispettivi presidenti, Sergio Mattarella e Borut Pahor, che si incontrano a Trieste per compiere una studiata serie di atti e di gesti simbolici, frutto di un complesso percorso diplomatico.

Oltre a premiare lo scrittore, visiteranno il palazzo del Narodni dom, e Mattarella riconsegnerà l’edificio alla comunità slovena. Saranno insieme anche in due delicatissimi luoghi della memoria, sulle colline del Carso alle spalle della città. La Foiba di Basovizza è il luogo simbolo della violenza dei partigiani jugoslavi: in questa cavità naturale, e in numerose altre fra Trieste e l’Istria, furono gettati i cadaveri di civili e militari italiani eliminati per vendetta o perché ritenuti ostili ai progetti del nascente stato jugoslavo riguardanti Trieste e la Venezia Giulia. Borut Pahor sarà il primo presidente di oltre confine a rendere omaggio agli “infoibati“.

Poco lontano, all’ex Poligono di tiro, i due presidenti visiteranno anche il cippo che ricorda i quattro giovani antifascisti sloveni fucilati nel 1930, condannati a morte dal Tribunale speciale per la difesa dello stato. Appartenevano al ramo triestino del Tigr, l’organizzazione antifascista clandestina nata negli anni Venti lungo il confine orientale.

Mattarella e Pahor non visiteranno l’altro luogo della memoria triestina: l’ex risiera di San Sabba, l’unico campo di prigionia con forno crematorio allestito dai tedeschi in Italia. Boris Pahor passò anche da lì, prima di finire in Germania. Ma le rispettive diplomazie hanno preferito evitare questa tappa, testimonianza dolorosa, nella prima periferia della città, di una ferita ancora aperta. Oggi Trieste prova a fare un passo avanti nel difficile percorso di accettazione e superamento della sua sofferta storia. Non sarà facile, non sarà breve. Le cerimonie di oggi vanno considerate un inizio.