La “Pia de’ Tolomei” di Dante Gabriel Rossetti (1868). A destra, Marco Santagata, scomparso a 73 anni lo scorso novembre
La “Pia de’ Tolomei” di Dante Gabriel Rossetti (1868). A destra, Marco Santagata, scomparso a 73 anni lo scorso novembre
di Giovanni Nardi "Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia, quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua devèn, tremando, muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare. Ella si va, sentendosi laudare, benignamente e d’umiltà vestuta, e par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare. Mostrasi sì piacente a chi la mira che dà per li occhi una dolcezza al core, che ‘ntender no la può chi no la prova; e par che de la sua labbia si mova un spirito soave pien d’amore, che va dicendo a l’anima: Sospira." È Beatrice, trasfigurata nella Vita Nova e nel Convivio, e poi angelicata nel Paradiso, la più famosa delle donne di Dante. Ma non la sola. A narrare la vita del Maestro fiorentino ricostruendo l’universo femminile che lo circondò è ora...

di Giovanni Nardi

"Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia, quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua devèn, tremando, muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,

benignamente e d’umiltà vestuta, e par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira che dà per li occhi una dolcezza al core, che ‘ntender no la può chi no la prova;

e par che de la sua labbia si mova un spirito soave pien d’amore, che va dicendo a l’anima: Sospira." È Beatrice, trasfigurata nella Vita Nova e nel Convivio, e poi angelicata nel Paradiso, la più famosa delle donne di Dante. Ma non la sola.

A narrare la vita del Maestro fiorentino ricostruendo l’universo femminile che lo circondò è ora l’ultimo libro di Marco Santagata. Grande formato, grande contenuto: Le donne di Dante (240 pagine, 226 immagini a colori fuori testo, Il Mulino) rappresenta uno dei più significativi omaggi, e insieme uno dei più importanti contributi critici alla vita e alle opere dell’Alighieri, di cui ricorre quest’anno il settimo centenario della morte. L’illustre filologo, italianista e romanziere ha fatto in tempo a licenziare le bozze del volume prima di lasciarci, nel novembre scorso; sfogliarlo, quindi, significa oggi perpetuarne la preziosa lezione.

Le donne del volume sono sia le sue sia quelle che immortalò. Le sue: la madre Bella, forse figlia del giudice Durante degli Abati (da cui il nome Dante, ipocoristico di Durante), la matrigna Lapa figlia del mercante Chiarissimo Cialuffi, la sorella maggiore Tana, una seconda sorella non identificata, e il fratellastro Francesco figlio di Lapa.

Tana attorno al 1275 (quando cioè il fratello minore, Dante appunto, aveva dieci anni; non se ne conosce il giorno di nascita) aveva sposato il mercante Lapo Riccomanni e ne aveva avuto tre figli. Intanto il poeta cresceva e "non risulta che avesse esercitato qualche lavoro: … è il primo e l’unico degli Alighieri a vivere di rendita da nobile". Ma un conto è vivere di rendita avendo alle spalle i grandi possedimenti terrieri dei veri nobili, altro conto è fare affidamento solo sui proventi di un paio di poderi. "Che quel tipo di vita non fosse sostenibile, Dante lo sperimentò abbastanza presto: già nei secondi anni Novanta, prima dell’esilio dunque, si era mangiato tutto il capitale ed era stato costretto a ricorrere ai prestiti dei parenti".

Ecco la quasi coetanea Beatrice, in realtà Bice Portinari, ma anche Gemma Donati, la moglie che gli darà quattro figli: Giovanni morto in giovane età, Iacopo morto di peste nel 1348, Pietro, morto nel 1364, e Antonia, poi monaca a Ravenna col nome di suor Beatrice e ancora in vita nel 1350. E poi la Donna Pietra, la crudele che si compiace del tormento del poeta e che il poeta sogna di torturare con quegli stessi “biondi capelli” che lo attraggono tanto, la Donna Pietosa (che passionale alza lo sguardo verso di lui), la Donna Gentile, la misteriosa Matelda. Le nobildonne: Francesca da Rimini, Pia de’ Tolomei, Margherita, Pia e Nello, Cunizza da Romano, Sapia.

Le donne che immortalò, a cominciare da quella “di val di Pado”, la padana andata sposa al suo trisavolo Cacciaguida. E qui la prima descrizione di Firenze: "una città piccola, ancora racchiusa dalla più antica cinta muraria: la vita vi scorreva pacifica, parsimoniosa e onesta. Nessun marito abbandonava il tetto coniugale; la nascita di una figlia non spaventava i padri perché allora le fanciulle non erano “promesse” in matrimonio in età così giovane come succedeva al tempo di Dante, e le doti non erano tanto spropositate da costringere a volte anche le famiglie facoltose a richiedere prestiti o a stipulare mutui bancari; le donne erano pudiche e morigerate, non esibivano gioielli e vesti lussuose, si dedicavano a umili lavori come filare la lana". Angelicate, come Beatrice.