Jane  Fonda  sul  set  del  film  Barbarella  (Roger  Vadim,  1968)  ©Angelo  Frontoni
Jane Fonda sul set del film Barbarella (Roger Vadim, 1968) ©Angelo Frontoni

Reggio Emilia, 27 aprile 2018 -  Non sono servite le bombe, ma cervello, carne nuda. E fiumi di parole. A colpi di dibattiti, studi, manifesti - solo in un secondo tempo supportati da fatti concreti, ripresi e fotografati - la rivoluzione sessuale ha fatto il suo ingresso nella storia, insinuandosi nella vita di tutti. Con ampie zone d’ombra. Il tema sesso, che tanto faceva paura, continua infatti a essere guardato con diffidenza anche oggi, nell’era del porno online, del tutto e subito. "In tanti, enti e privati, ci hanno detto di no, non appena dicevamo l’argomento trattato dall’esposizione - assicura Pietro Adamo, docente di storia all’università di Torino e autore di numerosi volumi sul porno inteso come fenomeno sociale - . Da non credere, solo e sempre, porte chiuse".

Tutte, meno una: ed ecco che Palazzo Magnani di Reggio Emilia ha deciso di proporre - credendoci - Sex & Revolution! Immaginario, utopia, liberazione (1960-1977), mostra curata da Pier Giorgio Carizzoni, sotto la direzione scientifica di Pietro Adamo, appunto, che indaga la genesi delle trasformazioni nel modo di concepire e vivere la sessualità tra gli anni ’60 e ’70, attraverso oltre 300 reperti d’epoca. "Sequenze cinematografiche, fotografie, fumetti, rotocalchi, libri, locandine di film, brani musicali, installazioni multimediali, ambientazioni con oggetti di design, musica e molto altro", spiega il professor Adamo sfogliando il corposo catalogo, che ammonisce già dalla copertina: “il volume contiene immagini di sesso esplicito che possono offendere il comune senso del pudore”.

Professor Adamo, veramente parlare di sesso, anche a livello molto alto, affrontando il fenomeno da un punto di vista storico, sociale e politico, è tutt’ora così difficile?

"Difficile? Nel nostro Paese, quasi impossibile direi (sorride, ndr). O almeno questo devo dedurre dal numero di “no” che ci sono piovuti addosso: poi, finalmente, abbiamo trovato partner determinati come la Fondazione Palazzo Magnani e il Comune di Reggio Emilia che hanno creduto nel progetto, e la rassegna ha preso il via. Visitatissima, a onor del vero".

Quando è nata l’idea di “Sex & Revolution”?

"Siamo in movimento da almeno tre o quattro anni. Pier Giorgio Carizzoni, il curatore, mi contattò, parecchio tempo fa, proponendomi di raccontare questo cambiamento epocale: al centro della controcultura degli anni ’60 troviamo infatti un affascinante progetto di rivoluzione sessuale, articolato come un piano per abbattere la società tardocapitalista in nome del corpo e del piacere". 

 In questo contesto germogliò anche la legalizzazione della pornografia; un bene?

"La  trasformazione della pornografia in fenomeno di massa venne interpretato da molti sostenitori della liberazione - ma non da tutti - come un contributo indispensabile alla distruzione della morale sessuale tradizionale. In mostra viene affrontato l’intreccio tra rivoluzione sessuale e pornografia tra anni ’60 e ’70, negli Stati Uniti e in Europa, illustrando, attraverso immagini e reperti, le ragioni dell’entusiasmo per l’hard core nei circoli della contestazione e della convergenza con la controcultura negli ambienti del porno-business, allora agli albori".

Una controcultura che nacque armata di concetti,  comportamenti,  ideologie: quali furono le prime armi della Sex Revolution? 

"Diciamo che la rivoluzione sessuale fu prima di tutto un’offensiva fatta di parole: libri (dalle copertine molto spesso non illustrate),  testi,  reading,  affermazioni. Reich e Marcuse, il Rapporto Kinsey, Masters & Johnson: ...".

Dalle parole ai fatti.

"Esplose un vero movimento di massa:  attraverso postazioni audio-video, fotografie, manifesti originali, libri e riviste la mostra analizza come la sessualità, finalmente liberata, abbia influenzato buona parte della cultura e della società. La musica, con le canzoni dal tono e dal testo esplicito come “Je t’aime... moi non plus” di Serge Gainsbourg e Jane Birkin, o “Love to love you babe” di Donna Summer, ma ancheil reiterato “No no no” di Sabina Ciuffini. Il teatro, con i musical “Hair”, “Oh Calcutta”, “The Rocky Horror Show”".

 E cambiò anche le abitudini. 

 "Inevitabilmente... Fra le tante foto esposte, non potevano mancare le immagini di Woodstock, l’illustrazione di alcune pratiche sociali che hanno caratterizzato la rivoluzione sessuale: la legittimazione della contraccezione e dell’aborto; la diffusione di libero amore, scambismo, coppia aperta e nudismo; la progressiva accettazione sociale dell’omosessualità maschile e femminile; il proliferare della pornografia. Ma anche le prime pillole anticoncezionali, i primi vibratori, la minigonna di Mary Quant, le prime riviste e i fumetti porno".

E poi il cinema: quanto è stato importante il grande schermo per diffondere il verbo della rivoluzione sessuale?

"Fondamentale, direi, non a caso completa il percorso espositivo una sala proiezioni in cui, fra i tanti film a luci rosse dell’epoca, si vede un uomo al Cremlino, ipotizziamo Breznev, che con la Pravda sul tavolo,  intrattenuto da una ragazza, all’apice del piacere pigia il famigerato pulsante rosso e fa partire il missile che scatenerà la terza guerra mondiale".

Citati molti film d’autore e tanti omaggi ai grandi maestri.

"Certamente, abbiamo inserito nel percorso espositivo spezzoni o manifesti di film cult  come “Lolita” (Kubrick, 1962), “Blow Up” (Antonioni, 1966), “Ultimo tango a Parigi” (Bertolucci, 1972), fino a “Gola profonda” (1972), con tanto di foto di Linda Lovelace, la protagonista, compresa la scena in cui lei scopre di avere il clitoride là dove sappiamo".

Insomma, la mostra fa vedere molto: come reagisce il pubblico?

"Con grande serietà, devo dire: le sale sono piene di giovanissimi, ragazze, soprattutto. Forse, una volta uscite, guarderanno mamme e nonne con occhi diversi".