Pupi Avati (Ansa)
Pupi Avati (Ansa)

Roma, 19 agosto 2018 - Pupi Avati, due traguardi davanti agli occhi: a settembre i 50 anni dal primo ciak, a novembre gli 80 anni.

"Da vecchi si torna un po’ bambini".

Per questo è tornato a un suo vecchio amore? Il racconto gotico.

"Sto girando Il Signor Diavolo con la voglia di tornare alle origini del mio lavoro, quando il cinema era soprattutto gioco e voglia di sorprendere e quindi anche di spaventare il pubblico. Recuperando quella cultura contadina nella quale ero stato cresciuto, un mondo permeato da un cattolicesimo preconciliare in cui la paura era qualcosa di stimolante, dove la favola contadina aveva una sua componente orrorifica molto forte".

E qui torniamo alle atmosfere di un suo ‘stracult’, quella Casa dalle finestre che ridono che ha conquistato il mondo...

"... con una storia ambientata negli anni ’50 del secolo scorso, un ritratto di provincia in nero con un delitto feroce e bambini forse non tanto innocenti...".

Tutti i colori del buio: naturale girare “Il Signor Diavolo” in bianco e nero...

"Avrei voluto anche girarlo in pellicola ma sarebbe costato troppo. Però ho salvato il bianco e nero con una fotografia straordinaria di Cesare Bastelli e grazie agli sforzi produttivi di mio fratello Antonio. Così lo si vedrà nelle sale – lo produce Rai Cinema – ma in tv un domani passerà a colori, sul piccolo schermo il bianco e nero non va...".

Sul piccolo schermo sono tante le cose che non vanno.

"Uno show demenziale come Hamburger Serenade ma anche quel Jazz Band che raccolse milioni di telespetattori, oggi non sarebbero più possibili alla Rai".

Faccio la domanda stupida: perché?

"È come aspettare Godot: attendiamo tutti da anni una tv di Stato diversa, il miraggio di un’industria culturale diversa: nutro molte aspettative ma temo sarà difficile cambiare. Le mie serie ma penso anche ai programmi di Arbore... mi immagino di andarli a proporre a qualche funzionario... è l’inserzionista pubblicitario che determina il palinsesto".

Dopo una lunghissima attesa nell’incubatoio, la Rai ha trasmesso pochi mesi fa il suo film tv Il fulgore di Dony. Ha ancora risposte che attende da Mamma Rai?

"Guardi, è dal 2001 che ho fatto una proposta alla Rai: raccontare la vita di Dante Alighieri attraverso l’indagine di Boccaccio...".

Stop, spieghi nel dettaglio.

"Siamo nel 1350, dopo la morte di Dante: Boccaccio si reca a Ravenna per portare alla figlia del poeta (monaca in un convento della città romagnola) 10 fiorini d’oro: un risarcimento per come i fiorentini avevano trattato il sommo padre. Dunque Boccaccio va a Ravenna, incontra la figlia ma anche tante altre persone che hanno convissuto in qualche modo con Dante. Quando torna in Toscana scrive il Trattatello, la prima biografia di Dante Alighieri. Attraverso questa vera e propria indagine si scopre un Dante molto diverso dall’agiografia, una figura anche inquietante, piena di ombre".

2001 odissea nello spazio Rai...

"Adesso ci avviciniamo alle celebrazioni dantesche del 2021, 700 anni dalla morte di Dante: se la Rai non produce una cosa così...".

Torniamo al film che sta girando nel Delta del Po. Quando scrive il soggetto riesce a sorprendersi ancora o il mestiere prevarica?

"Riesco ancora a sorprendermi di certe cose che scrivo. Nella più totale inconsapevolezza. Mi accorgo a un certo punto che il materiale sedimentato tra le pagine e che all’inizio non aveva una spiegazione, alla fine trova un suo significato".

Qualcosa di misterioso...

"Come se ci fosse un secondo io che le ha premeditate e ha fatto sì che tu, scrivendo, abbia creato la premessa per trovare il finale nascosto".

Il finale, fondamentale per un film gotico e non solo...

"Lo spettatore deve rimanere sbigottito, è l’impresa più ardua. Raccontare una storia spesso è facile, chiuderla molto più difficile".

Le chiusure di cui va più fiero?

"La casa dalle finestre che ridono o Regalo di Natale".

Il cinema italiano sorprende ancora?

"A parte alcuni casi, no. Si è ripiegato quasi totalmente su una commedia autoreferenziale nella convinzione che basta avere una panchina corta con 15 attori che ruotano: una volta uno gioca punta poi passa in difesa... tutte basate sul presente, dimenticando la grande forza del nostro cinema: i generi".

A proposito di generi: un regista che naviga nel fantasy da tempo la stima molto...

"Guillermo Del Toro. A un festival a Los Angeles ha inserito il mio Arcano incantatore tra i 10 film imprescindibili, l’ho saputo dopo, mi sono pure commosso".

Stima a parte, dovevate anche collaborare...

"Avrebbe dovuto produrre un mio horror, in parte da girare in un posto tremendo: il cimitero delle monache nel Castello Aragonese di Ischia".

Non è andato in porto perché?

"Perché in quel periodo infilò tre flop uno dietro l’altro. Era a terra. Solo adesso si è ripreso con gli Oscar per La forma dell’acqua".

A proposito di Oscar, leggenda vuole che lei abbia inseguito il suicidio a Los Angeles.

"Candidati al Golden Globe con Il testimone dello sposo: sono il viatico per gli Oscar. Ci avevano assicurato e strassicurato che avevamo vinto come miglior film straniero, avevo preparato anche il discorso. Ovviamente non abbiamo vinto. Tornando in albergo desiderai di finire sotto un camion. Mio fratello Antonio non mi ha lasciato un momento. Avrei dovuto capirlo: quello che ce lo aveva detto era un press agent, tipico italo-americano con cravatta vistosa. Ma forse, era un attore che recitava il ruolo di press agent".

Rari i vincenti nel suo cinema.

"Riesco ad avere Tognazzi per La mazurka del barone..., lui lo sa che accettando di lavorare nel mio terzo film mi sta salvando la vita. Io ero in uno stato di deferenza totale. Mi raccontò a sorpresa una cosa che gli era successa la sera prima con una ragazza, una cosa imbarazzantissima, allora anch’io gli raccontai una cosa tremenda che mi era successa... diventammo immediatamente amici. La comunione con gli altri passa attraverso la confessione di debolezza, mai mostrando il medagliere".