Toni Servillo, 62 anni, porta in scena. un omaggio a Puccini
Toni Servillo, 62 anni, porta in scena. un omaggio a Puccini
Già la Bohème aveva la fama di opera delle sartine: troppo successo popolare, questo Giacomo Puccini, per piacere agli intellettuali snob. Quelli alla Jep Gambardella, messi alla berlina da Toni Servillo che stasera al Festival Pucciniano dà una voce blasé al melologo di Giuseppe Montesano Puccini, che vuoi da me?. Donata D’Annunzio Lombardi e Marco Berti, grandi voci della poetica pucciniana, con Gianna Fratta sul podio dell’Orchestra del Festival, gli fanno rimangiare le parole con cui entra in scena: "Non mi dirai che ti piace Puccini!". Servillo: lei, musicofilo, incarna un personaggio che disprezza Puccini? "È stata l’idea di Montesano e mia, sollecitati dall’amico Giorgio Battistelli (il direttore artistico del Festival Puccini, ndr). È un divertissement con questo...

Già la Bohème aveva la fama di opera delle sartine: troppo successo popolare, questo Giacomo Puccini, per piacere agli intellettuali snob. Quelli alla Jep Gambardella, messi alla berlina da Toni Servillo che stasera al Festival Pucciniano dà una voce blasé al melologo di Giuseppe Montesano Puccini, che vuoi da me?. Donata D’Annunzio Lombardi e Marco Berti, grandi voci della poetica pucciniana, con Gianna Fratta sul podio dell’Orchestra del Festival, gli fanno rimangiare le parole con cui entra in scena: "Non mi dirai che ti piace Puccini!".

Servillo: lei, musicofilo, incarna un personaggio che disprezza Puccini?

"È stata l’idea di Montesano e mia, sollecitati dall’amico Giorgio Battistelli (il direttore artistico del Festival Puccini, ndr). È un divertissement con questo signore avanti negli anni che ha una grande spocchia intellettuale: appartiene a quella categoria di colti che non amano il facile sentimentalismo pucciniano, la melodia apparentemente semplice, le scene piene di servette. Ma il maestro Fratta eseguirà arie meravigliose, e davanti alla bellezza della musica capitolerà anche lui. È un gioco, divertente".

Allora giochiamo anche noi: chi vince tra “Il divo“ Toni e “La grande bellezza“ di Puccini?

"Ma io non sono un divo. Ho una grande passione, dominante, che è la musica. Ho messo in scena diverse opere liriche, poi ho dovuto interrompere per il lavoro pressante nella prosa e nel cinema. Per mantenere il filo con la musica mi sono immerso nei melologhi: ho fatto Oedipus Rex di Stravinskij, Lélio di Berlioz, Egmont di Beethoven fino alle incursioni nella musica contemporanea. Con Montesano e Fabio Vacchi abbiamo realizzato Eternapoli".

Che rapporto ha con Puccini?

"Un rapporto sentimentale. Lo sentivo cantare da mio padre mentre si faceva la barba. Sono figure che si sommano nei ricordi felici della prima infanzia. Trovo che Puccini sia un grandissimo uomo di teatro, per la drammaturgia musicale delle sue opere e il senso del teatro che tiene avvinti il cuore e l’intelligenza dello spettatore. E poi Puccini guardava già a un teatro del futuro, immaginava il passaggio della lirica dal teatro alla cinematografia. Quella cosa che i suoi detrattori chiamano furbizia teatrale, è invece grande artigianato nella linea di continuità che va da Goldoni a De Filippo, uomini che erano protesi verso il futuro".

Tra le sue regie quali ricorda con più soddisfazione?

"L’esperienza fondamentale per ogni regista è mettere in scena le Nozze di Figaro di Mozart. È una grande sfida dettata dall’incastro drammaturgico e dall’universalità dei temi proposti. Mi sono divertito anche con Arianna a Nasso di Strauss, per l’intarsio meraviglioso del teatro nel teatro".

Non le piacerebbe mettere in scena Puccini?

"Non mi è mai stato offerto, e non credo che a breve tornerò alle regie liriche. Anche se mi piacerebbe fare Butterfly e il Trittico, in particolare Tabarro e Suor Angelica che è vicina a certe atmosfere pascoliane. A Barga c’è stata una bella serata su Pascoli. Ero lì per un recital, ho visitato la sua casa e ho scoperto una foto che il poeta fece a Puccini rilassato sull’altana. Si stimavano molto, Pascoli ha spinto la poesia italiana nel linguaggio del simbolismo. E Puccini s’è mosso verso zone esplorate da Debussy e Mahler: c’è un Puccini progressivo, direi".

Prossimi progetti?

"Ho diversi film in uscita: È stata la mano di Dio di Sorrentino e Qui rido io di Martone, alla Mostra di Venezia, e Aria ferma di Costanzo. Poi nel 2022 i lavori di Paolo Genovese e Marco Bellocchio. A settembre girerò anche il nuovo film di Gabriele Salvatores, Il ritorno di Casanova, dove sono un regista cinematografico e Casanova è Fabrizio Bentivoglio".

Dopo la prova di stasera che direbbe a uno scettico per spingerlo verso Puccini?

"Gli direi che spesso è nelle cose apparentemente semplici che si fa largo il sentimento più autentico, più sincero e immediato. Lo dice il personaggio che Montesano ha scritto per me".