Eravamo nella seconda metà degli anni Settanta. Dal mio mangianastri (eh già, un tempo la musica la ascoltavamo così, altro che streaming) uscivano note e parole di Gagarin, brano che Claudio Baglioni aveva dedicato al primo cosmonauta, un eroe della Unione Sovietica. Passò di lì un compagno di liceo, uno di quelli che giocavano alla rivoluzione (poi il tizio è finito in Forza Italia, ma lasciamo stare), ed emise la scomunica: "Smettila di sentire quel lagnoso, vuoi mettere con gli Inti Illimani?". Mettiamo, mettiamo. Non per il gruppo cileno, testimone in musica della resistenza al dittatore Pinochet. Il fatto è che lo spirito dell’epoca, tra scuole e salotti, tra fabbriche e uffici, insomma, quasi esigeva il dileggio nei confronti di Baglioni e dei suoi simili. Poco o niente impegnati, si tuonava nelle assemblee e sulle riviste specializzate (specializzate, non di rado, in...

Eravamo nella seconda metà degli anni Settanta. Dal mio mangianastri (eh già, un tempo la musica la ascoltavamo così, altro che streaming) uscivano note e parole di Gagarin, brano che Claudio Baglioni aveva dedicato al primo cosmonauta, un eroe della Unione Sovietica. Passò di lì un compagno di liceo, uno di quelli che giocavano alla rivoluzione (poi il tizio è finito in Forza Italia, ma lasciamo stare), ed emise la scomunica: "Smettila di sentire quel lagnoso, vuoi mettere con gli Inti Illimani?".

Mettiamo, mettiamo. Non per il gruppo cileno, testimone in musica della resistenza al dittatore Pinochet. Il fatto è che lo spirito dell’epoca, tra scuole e salotti, tra fabbriche e uffici, insomma, quasi esigeva il dileggio nei confronti di Baglioni e dei suoi simili. Poco o niente impegnati, si tuonava nelle assemblee e sulle riviste specializzate (specializzate, non di rado, in scemenze, ma lasciamo stare pure qui). E giù metaforiche randellate.

Ah, Baglioni! Settanta anni oggi, quindi manco sarebbe il caso di rievocare e di spernacchiare. Basterebbero auguri e congratulazioni, solo che qui stiamo parlando di un pezzo di cultura popolare del Bel Paese e allora la Storia, con la maiuscola, tanto vale ricordarla tutta.

Il pregiudizio dell’Italia snobistica e impopolare è durato, nei confronti dell’artista romano, almeno fino alla caduta del Muro di Berlino. Ancora nel 1988, a Torino, durante un concerto per Amnesty International, l’aedo della maglietta fina fu massacrato di fischi dagli ultrà del pensiero unico (e debole). Motivo: sospetto di simpatie democristiane (che peraltro non ha mai avuto). Baglioni non era degno di salire sul palco con rockstar del calibro di Springsteen, Sting, Peter Gabriel. Uno che ha osato scrivere "passerotto non andare via" era squalificato a prescindere.

Per carità, dopo Claudio è stato riabilitato. Non da tutti (anzi, onore agli irriducibili, tipo il Ricci di Striscia la Notizia), ma attraverso i decenni il valore del professionista e del menestrello è stato finalmente riconosciuto.

Una volta il leggendario Ennio Morricone ebbe a dire: "Come compositore Baglioni è eccezionale, in ogni suo spartito si scorge una ricerca incessante, è un artista vero". L’ha detto Morricone, mica un ospite di Maria De Filippi in tv.

Il mio amico Mogol, partner di Lucio Battisti, ha liquidato i preconcetti con elegante disincanto: "La poesia spesso è infinitamente piccola nella grandezza della semplicità, tutto questo si ritrova nei versi di Claudio e per questo la gente comune lo ama tantissimo, del resto in un covo delle Brigate Rosse trovarono l’intera collezione dei dischi miei e di Battisti, ci davano dei fascisti ma ci ascoltavano pure i proletari armati...".

Baglioni, uguale. Ha venduto milioni e milioni di copie, ha riempito teatri e stadi, si è preso in giro sul piccolo schermo con l’aiuto di Fabio Fazio (1997, Anima mia su Rai 2, uno degli ultimi gioielli della emittente di Stato), è perfino andato a condurre il Festival di Sanremo, lui che si è sempre ben guardato dal parteciparvi (strano, per un presunto devoto di Mamma Dc). Eppure tutto questo, che è comunque tanto, non racconta tutto. Non spiega abbastanza.

Intendiamoci. Il Claudio cantautore può piacere o non piacere, i suoi antenati romani dicevano de gustibus non disputandum est.

Però, però. Non deve essere un caso, se 'Questo piccolo grande amore' l’hanno cantata generazioni intere, le nonne ragazzine ieri e le adolescenti di oggi. Non può essere mera coincidenza se legioni di innamorati affranti si sono consolate con E tu come stai. E forse le speranze dell’ultima Italia ottimista, quella degli anni Ottanta, sono state espresse più da Strada facendo e La vita è adesso che da moltissimi saggi intellettualoidi rapidamente dimenticati su sperduti scaffali di librerie. Così come Oltre, il doppio album del 1990, è una finestra spalancata sulle inquietudini e le iniquità che ci attendevano dietro l’angolo di quel decennio.

Esagerazioni di un fan invecchiato male? Sia pure. Ma in fondo, come gorgheggiava Edoardo Bennato, sono solo canzonette.

Anzi, no: con Claudio Baglioni sono state molto di più.

Ps. Un’ultima cosa, personale. Nel 2009 il mio amico carissimo Edmondo Berselli, mirabolante esperto – tra tante cose – di musica italiana, stava per morire. Baglioni si prese su, andò a trovarlo con la chitarra e per ore suonò per lui, trasformando la camera del dolore in un’oasi di commozione.

Mille giorni di te e di noi, Claudio.