20 mar 2022

"Lo sballo e poi l’Urss, le mie foto di Bowie"

Dal 2 aprile a Milano la mostra degli scatti di Andrew Kent durante il tour europeo del ’76. "Ho seguito altre rockstar, lui era il migliore"

andrea
Magazine

di Andrea

Spinelli

Uno, nessuno, centomila Bowie. Ognuno ha il suo Ziggy, il suo Maggiore Tom, il suo Aladdin Insane. Quello ritratto sulle strade d’Europa nel ’76 da Andrew Kent è il filiforme “Duca Bianco”. "Tra le tante rockstar che ho ritratto, la migliore in assoluto" assicura il fotografo americano, 74 anni, dalla sua casa sprofondata tra i monti dell’Idaho, parlando della mostra David Bowie, the Passenger in arrivo al Teatro degli Arcimboldi di Milano dal 2 aprile. Cinquanta scatti, per lo più iconici, di un “Duca” raccontato puntando l’obiettivo su quell’Isolar Tour portato nelle cattedrali della musica a sostegno delle fortune dell’album Station to Station. Spettacolo estetico ed estetizzante, come nello stile di Bowie, che iniziava con la proiezione di Un chien andalou, cortometraggio di Luis Buñuel e Salvador Dalí con la sconcertante scena della lama di rasoio che taglia un bulbo oculare, metafora surrealista del far vedere allo spettatore quello che non ha mai visto. Un po’ come ha provato a fare lo stesso Kent in quella primavera di quarantasei anni fa, anche se in maniera decisamente meno terrificante.

Andrew, tra lei e Bowie come iniziò?

"Ci conoscemmo nell’ottobre del 1975 in uno studio di registrazione di Hollywood grazie a a un amico comune, il giornalista e regista Cameron Crowe. David era alla ricerca di un fotografo che lo seguisse in tour in Europa e Cameron pensò a me. Fu stata l’unica volta che ci sballammo assieme, poi mi sono sempre tenuto lontano da certe tentazioni".

Quando iniziò a seguirlo?

"Esaurita a New York la tranche americana del tour, Bowie, che non amava volare, s’imbarcò con la sua storica assistente personale Coco Schwab a bordo del transatlantico Leonardo Da Vinci per fare rotta su Genova. Scattammo alcune foto sul ponte, poi scesi dalla nave dando a tutti appuntamento a Monaco di Baviera, prima tappa europea del tour".

In quel tour si verificò pure l’incidente su cui alcuni fondarono la convinzione che Bowie avesse simpatie naziste.

"Pura fantasia. Sono ebreo e non avrei mai accettato per uno con quel tipo di inclinazioni. Arrivati alla Victoria Station da Copenhagen, David salì sulla Mercedes 600 Landaulet decapottabile (appartenuta al presidente della Sierra Leone) guidata dalla sua guardia del corpo Tony Mascia che lo seguiva in tutta Europa per accoglierlo alle stazioni e condurlo in albergo. Salutando i fan fu ripreso con il braccio teso dal fotografo del New Musical Express, che se ne uscì montando la storia".

Finiste pure in Russia.

"Tra il concerto di Zurigo e quello di Helsinki l’agenda del tour prevedeva una settimana di riposo e David volle approfittarne per raggiungere la capitale finlandese in treno passando da Varsavia e da Mosca. Fui io a provvedere ai visti e agli altri documenti necessari per entrare in Unione Sovietica. Ma a Brest, al confine tra Polonia e Bielorussia, alcuni agenti del Kgb ci fecero scendere dal treno per dei controlli. A me venne confiscata una copia di Playboy e a David alcuni libri con testi di Goebbels e di Speer. Lui si giustificò dicendo che gli servivano per scrivere una sceneggiatura, ma non riuscì comunque a riaverli indietro".

E a Mosca?

"Avendola già visitata nel ‘73, David sapeva come muoversi in città. Andammo subito gli uffici della Aeroflot, uno dei pochi posti dove si parlava inglese e noleggiammo un mezzo per raggiungere l’Hotel Metropol, dove cenammo e dove, nonostante avessi portato una sola macchina fotografica e un paio di obiettivi, scattai a David, a Coco e a Iggy Pop alcune delle più belle foto della mia vita. Girammo la città per sette ore, comprese Piazza Rossa, grandi magazzini Gum, e mausoleo di Lenin. Poi partimmo per Helsinki".

Altre dieci ore di viaggio.

"Per un errore di orari, alla stampa scandinava fu comunicato che saremmo arrivati il giorno prima di quello effettivo. Non vedendoci scendere da quel treno la stampa finnica titolo a caratteri cubitali ‘Bowie lost in Soviet Union!’. Quando finalmente mettemmo piede sul marciapiede della Stazione Centrale di Helsinki fu l’apoteosi".

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