di Silvia Gigli Essere brutte non è più un tabù. Non lo è, perlomeno, tra certe attrici hollywoodiane che, stanche dei diktat dell’eterna giovinezza, di botulino o fotoshop sparato all’eccesso, hanno iniziato a combattere una battaglia per mostrarsi al mondo così come sono. Donne normali. Spesso appesantite, con rughe, pancetta e quell’aria del tutto disinteressata alla loro forma fisica. In anni di dittatura da filtri di Instagram sembra quasi un controsenso ma se ci si pensa bene non è così. È un movimento di liberazione dagli stereotipi imposti dal patriarcato che ha dominato fin dagli esordi la macchina del cinema e che ha imposto modelli irraggiungibili come l’algida Grace Kelly o la travolgente Ava Gardner. Altri tempi, altre consapevolezze. Se una bellezza...

di Silvia Gigli

Essere brutte non è più un tabù. Non lo è, perlomeno, tra certe attrici hollywoodiane che, stanche dei diktat dell’eterna giovinezza, di botulino o fotoshop sparato all’eccesso, hanno iniziato a combattere una battaglia per mostrarsi al mondo così come sono. Donne normali. Spesso appesantite, con rughe, pancetta e quell’aria del tutto disinteressata alla loro forma fisica.

In anni di dittatura da filtri di Instagram sembra quasi un controsenso ma se ci si pensa bene non è così. È un movimento di liberazione dagli stereotipi imposti dal patriarcato che ha dominato fin dagli esordi la macchina del cinema e che ha imposto modelli irraggiungibili come l’algida Grace Kelly o la travolgente Ava Gardner. Altri tempi, altre consapevolezze.

Se una bellezza speciale come Meryl Streep si sentì rifiutare ad una delle sue prime audizioni perché “brutta”, possiamo immaginare come sia andata negli anni a venire. Sacrifici, diete massacranti, chirurgia estetica.

Adesso basta, però. Lo ha gridato a gran voce una donna splendida come l’attrice britannica Kate Winslet (45 anni) che, nel suo ultimo lavoro per la tv, Omicidio a Easttown in onda adesso su Sky, un thriller in cui interpreta una detective separata che vive con madre figlia e nipote, non si lascia sfuggire avventure da una notte, beve birra come una spugna, mangia junk food, è spettinata, trasandata, e mostra con orgoglio rughe e pancetta. La Winslet appena 22enne aveva dovuto affrontare montagne di bodyshaming perché ritenuta un po’ troppo florida nel film Titanic (1997): "Se solo avesse avuto un paio di chili in meno, Leo sarebbe riuscito a stare con lei sulla zattera e a salvarsi" sostennero i tabloid. Adesso, con oltre vent’anni di maturità in più sulle spalle, si è seriamente arrabbiata quando ha visto che il regista della serie tv voleva toglierle rughe e pancetta in postproduzione: "Esiste questo mito per cui le attrici di Hollywood devono essere sempre impeccabili. Bene, non è più così – ha spiegato l’attrice –. Ho 45 anni e ho messo al mondo tre bambini, ci capiamo, no? Del corpo da bikini non mi interessa nulla".

Tutto chiaro. Del resto Anna Magnani fu la prima, e non a caso è passata alla storia la sua sfuriata a un truccatore che voleva ringiovanirla: "Lasciami tutte le rughe! Ci ho messo una vita a farmele venire!". Un’antesignana, una donna vera, che aveva preso sul serio la vita e la recitazione e non voleva fare sconti a nessuno, nemmeno a se stessa. Della stessa pasta, svariati decenni dopo, sembra essere Frances McDormand, 63enne americana vincitrice di 4 premi Oscar, l’ultimo quest’anno con Nomadland, sposata con uno dei due geniacci Coen. Frances non è una che fa finta. Lei è proprio così. Spettinata e struccata alla Notte degli Oscar così come lo è stata all’ennesima potenza in Olive Kitteridge, miniserie tv del 2014 tratta dal romanzo di Elizabeth Strout, in cui interpretava una donna sinceramente insopportabile, cruda in famiglia quanto capace di slanci con estranei. Corpo appesantito, faccia rugosa, accigliata, sgarrupata ma intelligentissima. Autoironica quanto la statuaria Cécile de France che, nella finzione della serie tv francese Chiami il mio agente, si rifiuta di farsi il botulino a costo di perdere un film con Tarantino.

Straordinaria infine Amy Adams (46 anni) che nel film Elegia americana è sfatta e irriconoscibile, gonfia di alcol e di sensi di colpa, proprio come si mostrava, fragile, ferita, instabile ma indomita nella serie tv Sharp Objects (2018) in cui era una giornalista costretta a tornare nella sua città natìa per indagare sulla morte di alcune ragazzine e si trovava a fare i conti con il suo passato di bambina che si mutilava in una famiglia disfunzionale. Amy è sciatta, vestita sempre uguale, disperata, l’esatto opposto della scintillante avventuriera di American Hustle. Brutto è bello, allora? No. Brutto è vero. E la verità vince su tutto.