di Giovanni Bogani Leone d’oro alla carriera a Roberto Benigni. Gli sarà consegnato il prossimo settembre, alla Mostra del cinema di Venezia. Un Leone d’oro per chi ha vinto due Oscar, per un uomo che ha lavorato con Woody Allen e con Fellini, che ha disegnato un personaggio dissacrante, rivoluzionario, un ometto magro e spiritato che salta da un angolo all’altro dello schermo. Un personaggio che è un nipote di Charlot, un figlio naturale di Totò. "Il mio cuore è colmo di gioia e di gratitudine", fa sapere Benigni. Alla cerimonia degli Oscar camminò sulle poltrone rosse, sopra la testa di Spielberg sconcertato e divertito. Al Lido dovrà superarsi: come minimo dovrà camminare sulle acque. Anche perché nel frattempo è cambiato, e si è un po’ santificato. Ed è...

di Giovanni Bogani

Leone d’oro alla carriera a Roberto Benigni. Gli sarà consegnato il prossimo settembre, alla Mostra del cinema di Venezia. Un Leone d’oro per chi ha vinto due Oscar, per un uomo che ha lavorato con Woody Allen e con Fellini, che ha disegnato un personaggio dissacrante, rivoluzionario, un ometto magro e spiritato che salta da un angolo all’altro dello schermo. Un personaggio che è un nipote di Charlot, un figlio naturale di Totò. "Il mio cuore è colmo di gioia e di gratitudine", fa sapere Benigni. Alla cerimonia degli Oscar camminò sulle poltrone rosse, sopra la testa di Spielberg sconcertato e divertito. Al Lido dovrà superarsi: come minimo dovrà camminare sulle acque. Anche perché nel frattempo è cambiato, e si è un po’ santificato. Ed è cambiata l’Italia con lui. Da quando recitava nei teatrini off di Roma, con l’amico ruvido e tenerissimo Carlo Monni, origine contadina come lui, e con l’altro toscano Marco Messeri. E fu scoperto da Giuseppe Bertolucci, il suo primo talent scout.

Da quando irruppe in televisione con Onda libera, con il suo Cioni Mario, in una serie di trasmissioni travolgenti, senza capo né coda, girate in una stalla, dove riusciva a duettare in ottava rima con Francesco Guccini. Da quando si fingeva critico cinematografico a L’altra domenica di Renzo Arbore, inventandosi recensioni totalmente folli. Era irriverente, surreale, dadaista: era Jacques Tati e Dalì, il ragazzo cresciuto alla casa del popolo di Vergaio. Quello che troveremo in Berlinguer ti voglio bene.

C’è quella scena straziante in quel film, in cui credendo morta la madre Benigni cammina in un campo e sciorina un rosario infinito di bestemmie e oscenità, una serie di "parolacce", come si chiamavano una volta, da scomunica immediata. Ma a guardarlo bene, era solo un grido di dolore, una preghiera sconvolta, un "Elì, Elì, lamà Sabactàni?", Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Non c’era blasfemia in quel monologo feroce. C’era smarrimento.

Certo, dopo cambierà tutto: un monologo come quello oggi non sarebbe più possibile. E lui non lo pronuncerebbe più. Oggi recita Dante e racconta la Costituzione, parla di Dio e della Madonna, parla della religione con un rispetto profondo. Ma a ben guardare, c’era rispetto e amore anche quando teneva in collo Enrico Berlinguer, scricciolo attorno a cui si raccoglievano le speranze del popolo, in quel giugno 1983.

I suoi film sono diventati via via meno eversivi. Non ci resta che piangere, un grande gioco per recitare insieme a Troisi, viaggio nel tempo in un tempo forse mai esistito. E tutti i film scritti con Vincenzo Cerami, basati sempre su uno scambio di identità, un equivoco, un incrocio fra l’innocenza e il Male: Il piccolo diavolo, Johnny Stecchino, Il mostro, fino a La vita è bella.

La sua figura rimane sempre uguale, le giacche sempre troppo grandi, i capelli in rivolta. Ma cambia lui: prima in televisione attentava al pudore di Raffaella Carrà lanciandosi come un crotalo impazzito verso le sue gonne; o toccava le parti intime di Pippo Baudo. Adesso, il massimo della trasgressione è dire al presidente Mattarella "per lei farei anche il barbiere". Non si scherza più con i santi. Santo, in qualche modo, lo sta diventando anche lui. C’è una bellissima storia a fumetti di Stefano Disegni che mostra due Benigni uno di fronte all’altro: quello irriverente, eversivo e quello curiale, vescovile. Due opposti inconciliabili.

Ma forse non è così, forse c’è sempre stato qualcosa di profondamente cristiano nel ragazzo nato alla Misericordia da mamma Isolina che catturava conigli e da babbo Luigi, contadino. E che sul palco dell’Oscar, dopo il grido di Sophia Loren: "Robbertooo!!!", si ritrovava a dire: "Ringrazio i miei genitori perché mi hanno dato il dono più bello, la povertà". La povertà come dono. Non è un caso che, fra i suoi progetti, ci sia quello di un film su San Francesco.