Un partigiano legato a un palo poco prima d'essere fucilato a Delnice, in Croazia
Un partigiano legato a un palo poco prima d'essere fucilato a Delnice, in Croazia
Da una circolare del generale Mario Roatta: "Il trattamento da fare ai partigiani non deve essere dettato dalla formula: “dente per dente“ bensì da quella “testa per dente“ (...) Si sappia bene che eccessi di reazione, compiuti in buona fede, non verranno mai perseguiti". Da una circolare del generale Mario Robotti: "Fucilare senza pietà gli uomini validi che nelle retrovie fossero sorpresi in atteggiamento sospetto"; appuntato a mano in calce a un fonogramma, sempre da Robotti: "Mi pare che su 73 sospetti non trovar modo di dare neppure un esempio è un po’ troppo. Cosa dicono le norme della 3 C e quelle successive? Conclusione: SI AMMAZZA TROPPO POCO!" (maiuscolo ed esclamativo sono nell’originale). No, gli italiani – i soldati italiani – non sono stati brava gente, non durante le guerre di occupazione, che fosse in Libia, in Abissinia o, come in questo caso, in Jugoslavia, invasa giusto ottant’anni fa, il 6 aprile 1941. Le truppe italiane si macchiarono di gravi crimini di guerra e...

Da una circolare del generale Mario Roatta: "Il trattamento da fare ai partigiani non deve essere dettato dalla formula: “dente per dente“ bensì da quella “testa per dente“ (...) Si sappia bene che eccessi di reazione, compiuti in buona fede, non verranno mai perseguiti". Da una circolare del generale Mario Robotti: "Fucilare senza pietà gli uomini validi che nelle retrovie fossero sorpresi in atteggiamento sospetto"; appuntato a mano in calce a un fonogramma, sempre da Robotti: "Mi pare che su 73 sospetti non trovar modo di dare neppure un esempio è un po’ troppo. Cosa dicono le norme della 3 C e quelle successive? Conclusione: SI AMMAZZA TROPPO POCO!" (maiuscolo ed esclamativo sono nell’originale). No, gli italiani – i soldati italiani – non sono stati brava gente, non durante le guerre di occupazione, che fosse in Libia, in Abissinia o, come in questo caso, in Jugoslavia, invasa giusto ottant’anni fa, il 6 aprile 1941. Le truppe italiane si macchiarono di gravi crimini di guerra e contro l’umanità, su precisa indicazioni dei leader politici e dei capi militari del tempo.

È tutto documentato in una rigorosa, quanto dolorosa, mostra virtuale (www.occupazioneitalianajugoslavia41-43.it) allestita dall’Istituto nazionale Ferruccio Parri, con l’Istituto storico della resistenza di Trieste e il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università del capoluogo giuliano; la Camera dei deputati ha dato il patrocinicio. La mostra si intitola A ferro e fuoco ed è curata da uno storico esperto e competente come Raoul Pupo, affiancato da colleghi specialisti di storia della guerra fascista e della Jugoslavia (fra gli altri Filippo Focardi, Eric Gobetti, Jože Pirjevec, Costantino Di Sante).

A ferro e fuoco mette fine a una rimozione fin troppo prolungata e potrebbe aprire una pagina nuova nelle politiche della memoria e nell’autopercezione degli italiani, sull’onda del percorso di verità e riconciliazione aperto l’estate scorsa dai presidenti di Italia e Slovenia, Sergio Mattarella e Borut Pahor, protagonisti di uno storico incontro a Basovizza, sul Carso triestino.

La mostra documenta una verità spiacevole ma che non è più lecito ignorare: la seconda guerra mondiale fu anche, forse principalmente, una “guerra ai civili“; furono compiute atrocità da tutte le parti in campo. Dagli italiani, che in Jugoslavia non furono da meno dei loro alleati tedeschi; dalle altre milizie in combattimento: i nazionalisti serbi (i “cetnici“), quelli croati (gli “ustascia“), i partigiani comunisti, organizzati come un vero e proprio esercito, unico caso del genere in Europa.

Fu Benito Mussolini, nel 1942, a dettare la linea, in una curiosa negazione preventiva del mito dell’italiano brava gente che si sarebbe diffuso nel dopoguerra: "Deve cessare il luogo comune – disse il duce – che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri quando occorre. Questa tradizione di leggiadria e tenerezza soverchia va interrotta". E in un messagio ai soldati del 1943: "So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori".

Fu preso alla lettera. I nostri soldati stuprarono, uccisero, fucilarono, incendiarono villaggi, allestirono campi di concentramento nei quali morirono di stenti e malattie migliaia di persone. A ferro e fuoco documenta sobriamente i fatti, con fotografie, carte d’archivio, testimonianze, interventi degli storici, il tutto organizzato in dieci sezioni, con ampia ricostruzione del contesto e delle forze in campo.

Dalla lettera di una camicia nera toscana: "Abbiamo distrutto tutto da cima a fondo senza risparmiare gli innocenti. Uccidiamo intere famiglie ogni sera, picchiandoli a morte o sparando contro di loro". Altro soldato, altra lettera: "Si procede ad arresti e incendi (...) fucilazioni di massa fatte a casaccio e incendi dei paesi fatti solo per il gusto di distruggere".

Le fotografie mostrano le esecuzioni, i roghi, i condannati a morte costretti a scavarsi la fossa prima della fucilazione. Alcune fotografie sono insostenibili: quella del soldato che mostra soddisfatto la testa di un partigiano in cima a un palo; quella di un sottotenente di fanteria ucciso ed evirato dai partigiani...

A guerra finita non fu fatta giustizia. La Jugoslavia nel ’47 chiese l’estradizione di 45 nostri militari per processarli come criminali di guerra. L’Italia non li consegnò, rivendicando il diritto di giudicarli in Italia. Ma non si farà nessun processo, grazie a un cavillo del codice militare, che vincolava l’azione penale al principio di reciprocità: il nostro governo spedì a Belgrado una sua lista di criminali di guerra jugoslavi, in testa il maresciallo Tito. Non se ne fece ovviamente nulla.

Gli organizzatori della mostra scrivono nel pannello di congedo: "Abbiamo sfogliato assieme alcune delle pagine più oscure della nostra storia nazionale, così oscure che per molto tempo in Italia quasi nessuno le ha volute leggere. Ma se un’identità è matura, non ha paura del buio".