Rapkoka, nuovo romanzo di Gianluigi Schiavon
Rapkoka, nuovo romanzo di Gianluigi Schiavon

Vivere di contrasti è un’arte, pensa Lucien Bertot, il commissario del Quai des Orfèvres. Ci sono personaggi che ti dispiace perdere quando giungi all’ultima pagina di un romanzo. E Gianluigi Schiavon ci ha fatto attendere a lungo per il promesso secondo incontro, dopo l’esordio ne La Fuga (Giraldi editore, 2015), un’indagine che si svolgeva in gran parte sullo sfondo affascinante della Bretagna, con brevi viaggi altrove, fino a Berlino. 
In Rapkoka (Giraldi editore, 2019), nella prima pagina, Bertot ci appare sul ponte di un traghetto nella Manica in tempesta, insieme con il figlio Antoine. Questa è già la chiave di Schiavon. Accanto al commissario, la protagonista è anche la nostra Europa, quella del nostro immaginario, fatto di letteratura e di arte, film, quadri e musica. E di ricordi personali. 

Bertot scorge all’orizzonte le bianche scogliere di Dover, che nessuno ormai vede, raggiungendo la Gran Bretagna in jet, o passando per il tunnel. Il commissario con le cuffiette ascolta la Quinta di Tchaikovsky, il secondo movimento. "Cosa ascolti tu?", chiede al figlio. Un mio pezzo, risponde Antoine, che è un rapper, nome d’arte Gunnar. Due generazioni chiuse in tempi diversi, maturità e giovinezza, accompagnati da contrastanti leit-motiv, viaggiano insieme. Padre e figlio, diversi eppure uniti, iniziano un’indagine, o una caccia, fianco a fianco. 

E mi sembra che sia il primo caso in un noir, o in un giallo. Una novità da gustare. Sulla riuscita copertina, un uomo, avvolto in mantello con cappuccio, è fermo innanzi a un muro. Uno dei tanti del nostro tempo. 
Il muro tra il bene e il male, per chi ama i simboli? E un muro divide all’interno ciascuno di noi, tra quel che siamo e quel che eravamo, e cerchiamo di non dimenticare, e quel che vorremmo essere. 

Non vorrei condurre su una falsa pista. Rapkoka, un titolo o un rebus, non è un’opera intrisa di filosofia. "Non c’è paradiso per gli scrittori noiosi", ammoniva Isaac Singer, e Schiavon non rischia di finire all’inferno, anche se si diverte a mostrarcelo di pagina in pagina. 
Non c’è tempo per riflettere trascinati con Bertot e Antoine alla caccia del killer che uccide apparentemente senza motivo da Parigi, a Londra, alla Norvegia. Il ritmo è incalzante, di tappa in tappa incontriamo altri personaggi non convenzionali, strambi e reali, altri rapper, altri poliziotti, da Calais a Londra a Oslo. Come Eirik Johansen, scultore cieco eppure testimone, il pugile Swarovski, duro e fragile come il cristallo, e Kasper Hagen, giudice in pensione e collezionista di romanzi noir. 

La chiave del thriller va cercata anche in biblioteca. Rimane la nostalgia delle grandi maree della Bretagna, ma a Londra, Schiavon riesce a far sentire oltre che vedere anche la Londra dei ruggenti anni Sessanta, e in Norvegia il nord sognato e desiderato da chi in quel tempo era adolescente, quando era difficile viaggiare con pochi soldi, e i giovani se ne andavano in treno o in autostop: "Bertot fissò la muraglia bianca della costa inglese… Poi improvvisamente si girò di scatto verso sud, cercando la Francia. E provò la vertigine profonda di un nostalgico déjà-vu".
Scrivere di un giallo o di un noir è difficile perché bisogna rivelare il meno possibile. Ma chi sia l´imprendibile Mister Bye-Bye, e perché uccida rapper, alla fine poco importa. Quel che conta è il plot, cioè tutto il resto. Lucien e Antoine, padre e figlio, scoprono quel che da sempre sapevano: si comprendono e si capiscono, al di là dell´età, della musica, dei loro amori. 
I muri, i confini, sono anche un punto di contatto, ci ricordano che siamo diversi, e per questo ci attraiamo, e ci mischiamo senza diventare uguali. Che noia sarebbe il contrario, direbbe il commissario Bertot.