Federico Garcia Lorca (1898-1936) e il teatro ambulante “La Barraca“
Federico Garcia Lorca (1898-1936) e il teatro ambulante “La Barraca“
di Lorenzo Guadagnucci C’è un passato che in Spagna non passa. È la memoria della guerra civile, una tragedia che seminò terrore e morte fra il 1936 e il 1939 e procurò nel Paese una divisione così profonda che alla fine della dittatura di Francisco Franco, a metà degli anni Settanta, si preferì passare oltre e costruire la democrazia mettendo fra parentesi la sanguinosa contesa fra i militari golpisti – alla fine vittoriosi – e la giovane Repubblica nata nel 1931. Ma la rimozione non è per sempre e infatti il Paese è spesso attraversato da infiammate polemiche su fatti, simboli e memorie degli anni Trenta. E poi c’è Federico Garcia Lorca. Il poeta più importante del Novecento, un classico della letteratura spagnola, falciato all’alba della guerra civile dalle milizie nazionaliste. Era il 18 o forse il 19 agosto 1936, appena un mese dopo l’Alziamento di Mola, Franco e altri generali. Il poeta fu...

di Lorenzo Guadagnucci

C’è un passato che in Spagna non passa. È la memoria della guerra civile, una tragedia che seminò terrore e morte fra il 1936 e il 1939 e procurò nel Paese una divisione così profonda che alla fine della dittatura di Francisco Franco, a metà degli anni Settanta, si preferì passare oltre e costruire la democrazia mettendo fra parentesi la sanguinosa contesa fra i militari golpisti – alla fine vittoriosi – e la giovane Repubblica nata nel 1931. Ma la rimozione non è per sempre e infatti il Paese è spesso attraversato da infiammate polemiche su fatti, simboli e memorie degli anni Trenta.

E poi c’è Federico Garcia Lorca. Il poeta più importante del Novecento, un classico della letteratura spagnola, falciato all’alba della guerra civile dalle milizie nazionaliste. Era il 18 o forse il 19 agosto 1936, appena un mese dopo l’Alziamento di Mola, Franco e altri generali. Il poeta fu fucilato, con alcuni compagni di sventura (probabilmente un maestro elementare e due toreri anarchici), nelle campagne vicino a Granada, nella sua Andalusia, doveva aveva pensato – sbagliando – di garantirsi un riparo sicuro.

Nonostante ripetute ricerche, il suo corpo non è mai stato ritrovato. C’è però un luogo che viene indicato come la sua tomba, a Fuente Grande, nel comune di Alfacar: una lapide lo ricorda, vicino a un ulivo che forse fu testimone della fucilazione. Che Garcia Lorca sia davvero lì sotto nessuno può confermarlo, ma l’iscrizione e la suggestività del posto potrebbero bastare a conservare la memoria del poeta. Potrebbero bastare altrove, ma non in Spagna, tant’è che la nipote del maestro elementare di fede repubblicana e anticlericale, tale Dioscoro Galindo, ucciso con Garcia Lorca, si è rivolta alla Corte europea per i diritti umani chiedendo ciò che i tribunali spagnoli le hanno negato con una sentenza di pochi mesi fa: nuove ricerche dei resti del congiunto, in modo da garantirgli una degna sepoltura, cioè una tomba vera.

I discendenti di Garcia Lorca, custodi della memoria del poeta attraverso una Fondazione, non si sono uniti alla richiesta, che tuttavia ha un suo fondamento. Lo ha spiegato anche Pedro Almodóvar a Venezia, presentando il suo Madres paralelas, che non è solo un film sulle maternità difficili, ma anche un affondo sul difficile rapporto del popolo spagnolo con la propria storia: "Nel mio Paese – ha detto il regista al Lido – c’è un debito morale enorme verso i desaparecidos del franchismo ma su questo punto anche il cinema ha taciuto".

È anche una questione generazionale: i figli delle vittime della guerra civile, zittiti dalla generale rimozione, stanno ormai scomparendo e ora sono i nipoti a spingere per il superamento del trauma attraverso la ricerca dei corpi e l’esercizio della memoria, personale e soprattutto collettiva. "A casa mia – ha detto ancora Almodóvar, che è nato nel 1949 – non si è mai parlato della guerra civile, eppure il trauma era diffuso in tutta la società. La questione andava affrontata subito, quando tornò la democrazia".

Federico Garcia Lorca, quando fu ucciso, aveva appena 38 anni e riassumeva nella sua figura tutto ciò che i nazionalisti detestavano. Era un intellettuale progressista già famoso sia in patria sia all’estero e credeva nella neonata Repubblica, al punto da collaborare con un suo progetto di teatro popolare ambulante alla campagna governativa di alfabetizzazione; era poi un “maricón“, letteralmente un “frocio“, "aberrazione – fu scritto in un rapporto di polizia sul suo conto – che è arrivata ad essere vox populi".

Garcia Lorca, lo dice anche Almodóvar nel suo film, è il più famoso delle migliaia di desaparecidos nella guerra civile ed è quindi il simbolo, oltre che di una certa idea di Spagna, di una ferita ancora aperta.

In una sua poesia intitolata Congedo, scrisse così : “Se muoio, lasciate il mio balcone aperto. Il bambino mangia arance. (Dal mio balcone lo vedo). Il mietitore taglia il grano. (Dal mio balcone lo sento). Se muoio, lasciate il mio balcone aperto”. Versi da intendere come una profezia: il poeta è morto ma è sempre lì, invisibile osservatore di un popolo che non ha ancora fatto i conti con la propria storia.

Il primo ministro socialista Pedro Sánchez, lo scorso 18 agosto, nell’85° anniversario della morte del poeta, ha trascritto in un tweet alcuni versi di Garcia Lorca – “Poesia è l’impossibile reso possibile. Arpa che al posto di corde ha cuori e fiamme” – e poi ha aggiunto: "La sua eredità e il suo modo di concepire il mondo sono ancora presenti".

Manca solo il suo corpo. Il suo e quelli di migliaia di desaparecidos come lui.