"Anni lontani, ma storicamente recenti". Un periodo buio, al quale seguì la rinascita del Paese e del giornalismo italiano. È il periodo che va dalla caduta del fascismo all’approvazione della Costituzione repubblicana. Che cosa successe in quegli anni alla stampa e all’editoria italiana? Lo racconta Giancarlo Tartaglia nel suo Ritorna la libertà di stampa – Il giornalismo italiano dalla caduta del fascismo alla Costituente (1943-1947) (Il Mulino). Frutto di una lunga ricerca d’archivio condotta da...

"Anni lontani, ma storicamente recenti". Un periodo buio, al quale seguì la rinascita del Paese e del giornalismo italiano. È il periodo che va dalla caduta del fascismo all’approvazione della Costituzione repubblicana. Che cosa successe in quegli anni alla stampa e all’editoria italiana? Lo racconta Giancarlo Tartaglia nel suo Ritorna la libertà di stampa – Il giornalismo italiano dalla caduta del fascismo alla Costituente (1943-1947) (Il Mulino). Frutto di una lunga ricerca d’archivio condotta da uno storico del giornalismo, a lungo ai vertici della Fnsi e che oggi guida la Fondazione Paolo Murialdi.

Tartaglia ripercorre quel periodo di profonde trasformazioni, segnato dall’epurazione di giornalisti, direttori, editori, dalla riorganizzazione sindacale e della professione. E che vide anche uno straordinario proliferare di quotidiani e periodici.

Era la sera di domenica 25 luglio 1943, quando alle 22.47 i microfoni dell’Eiar annunciarono le dimissioni di Benito Mussolini. Finiva un’epoca per la stampa a dir poco travagliata e contraddittoria. Da una parte, terminava quel periodo di repressioni e censure che il regime fu libero di attuare in virtù di un semplice "ma". Quel "ma" presente nell’articolo 28 dello Statuto Albertino che recitava: "La stampa sarà libera, ma una legge ne reprime gli abusi". Una congiunzione che permise al regime di agire senza limiti. Però contestualmente emerse il problema di come giudicare quei giornalisti che durante il Ventennio – così ricorda Tartaglia – avevano "anteposto la carriera alla propria coscienza" e ai quali venne imputata "la responsabilità di essere stati il supporto principale del regime".

Era sufficiente cancellarli dagli organici o servivano azioni più significative? Le epurazioni ci furono. Eppure si poteva gettare tutta la responsabilità di un periodo oscuro, quale quello del regime, sui singoli giornalisti? Su questa domanda si aprì un acceso dibattito, che in parte trovò soluzione quando nel giugno del ’46 fu varata, per iniziativa di Palmiro Togliatti, l’amnistia generale che poneva fine all’epurazione. Una misura eccezionale, necessaria per chiudere con il passato del Paese e aprire la via alla riconciliazione, come sottolinea Tartaglia.

Furono molti i beneficiati dall’amnistia, poche testate risultavano quelle che potevano dirsi senza macchia. Il Resto del Carlino e La Nazione non sfuggirono a questi sconvolgimenti ma così come reagì l’Italia, anche i nostri giornali seppero rapidamente partecipare alla nuova vita democratica.

Remy Morandi