Cesare Cremonini (Roberto Serra / Iguana Press)
Cesare Cremonini (Roberto Serra / Iguana Press)

Milano, 21 giugno 2018 - Cinque gradini, una vita. Se l’esistenza è fatta di attimi, quella piccola esitazione messa ieri sera a San Siro da Cesare Cremonini nel salire in scena per darsi in pasto ai voraci appetiti dei 56 mila del “Meazza” (dice l’organizzazione) ha riavvolto sui grandi schermi del suo kolossal da stadi un groviglio di pulsioni che forse solo Pupi Avati sarebbe riuscito a dipanare con la sua macchina da presa.

Ai sognatori, infatti, basta uno scalino per arrivare ad agguantare le stelle. E quella scalea per il paradiso evocata sul palco da cinque parallelepipedi luminosi mobili hanno messo in mano al ragazzo con le ali sotto ai piedi il suo sogno di ragazzo digitalizzato; cinque barre hi-tech, chiamate più prosaicamente dal bassista Ballo Balestri “tobleroni” per la similitudine con gli astucci allungati del cioccolato svizzero, capaci di evocare col loro alzarsi, abbassarsi e inclinarsi, la “barra termica” che campeggia sulla copertina dell’ultimo album “Possibili scenari” e che, in un contesto come lo stadio, funge da catalizzatore delle emozioni della vociante comunità.

Nonostante il surplus tecnologico alle sue spalle, però, “Ce” a San Siro ha voluto spiazzare tutti, emergendo da una botola a luci quasi spente per stillare le prime note della stessa “Possibili scenari” in solitudine, a tu per tu con i pensieri come “Cyrano con la luna”, su una tastiera collocata tra le braccia protese dei fans. Poi ha attaccato la spina alla sua macchina delle meraviglie e lo show è partito, tra il saettare di stelle filanti, in un diluvio di luci e animazioni grafiche.

Anche se, al di là dei pyro di “Logico”, dei laser che avvolgono a raggera il pianoforte durante “Figlio di un re”, “Una come te”, “Vieni a vedere perché”, “Le sei e ventisei”, dei coriandoli che turbinano nell’aria durante “Nessuno vuol essere Robin”, lo show di Cremonini è innanzitutto suono. E persino alcuni quadri dello spettacolo sembrano citazioni dei suoi videoclip, a cominciare dal caleidoscopio d’immagini che accompagna “Buon viaggio” o i primi piani in bianco e nero di “Poetica”. Citazioni degli U2 in una “Lost in the weekend” cantata in faccia alla telecamera mobile e in quella “Il pagliaccio (sai che risate)” attaccata mimando il passo dell’oca in silhouette davanti allo schermo come il Bono del tour di Zooropa.

I “Tobleroni” creano profondità alla scena, muovendosi e dando l’effetto, grazie ad una sofisticatissima grafica tridimensionale, di ruotare su se stessi, di riempirsi d’acqua, di plasma, di foglie. Il lunghissimo camminamento abbraccia il pubblico congiungendo la piccola isola sulla destra della scenografia in cui sta il piano argentato con quella a sinistra dello smisurato boccascena in cui un sistema di specchi rinfrange i sentimenti di una “Dev’essere così” per voce e chitarra.

«A San Siro ho staccato il telefono perché parenti e amici, a forza di chiedermi se ero preoccupato, mi stavano facendo venire l’ansia per davvero» ammette «Ce». «Perfino mia mamma, che vive in campagna, m’ha mandato su WhatsApp le foto delle galline appena acquistate col testo: “anche loro tifano per te!”».

Sabato si replica all’Olimpico di Roma e martedì prossimo al Dall’Ara di Bologna.

«Alla prova generale di Lignano ho capito che fare gli stadi è meraviglioso, se ci porti dentro un’intera carriera. Sono arrivato fin qui per restarci».

Qual è il brano che fatica di più a controllare?

«Come sempre, “Padremadre”. Cantare quel verso “se sono stato così lontano è stato solo per salvarmi” martedì prossimo davanti ai miei a Bologna sarà durissima».

Niente ospiti sul palco.

«I miei show non sono le cerimonie inaugurali delle Olimpiadi, ma concerti di musica. Poggia su un concetto diverso rispetto ai muscoli, alla spettacolarizzazione a tutti i costi, tant’è che all’inizio esco da solo, mettendomi a nudo».

Qual era il fine?

«Credo che il nemico più grosso di un concerto sia l’ego che ti porta a dimenticare chi sei, cosa hai messo nel tuo ultimo album, dove stavi andando. Ho cercato un tipo di spettacolo quanto più coerente possibile con il mio lavoro discografico».

Parlando d’immigrazione, “Kashmir Kashmir” si carica di significati particolari in cui si parla di “censire” i rom.

«È stata una casualità, ma non mi dispiace. Sarebbe uscito in questo periodo anche se fossero stati i giorni più sereni della nostra democrazia».

L’anno prossimo, per il ventennale, riunirà i Lùnapop?

«Ma no. Sarebbe come chiedere ad uno che si sta sposando se si rimette con la prima fidanzata».

Soddisfatto?

«Avendo scritto “Squérez” a 15 anni, questi stadi sono la prima cosa che capita al momento giusto in una vita che m’è arrivata sempre in anticipo».