L’immensa parete con i ritratti di Piotr Uklanski degli ufficiali nazisti
L’immensa parete con i ritratti di Piotr Uklanski degli ufficiali nazisti

Londra, 28 febbraio 2020 - Niente a che vedere con il trionfo del testosterone. Dei muscoli guizzanti e dello strigile. Attraversando le 300 opere esposte fino al 17 maggio alla Barbican Art Gallery di Londra, l’immagine della figura maschile si scompone e si ricrea in un caleidoscopio di personalità diversissime e contrastanti, ben lontane dallo stereotipo del maschio alpha dominante che per secoli la buona creanza ha portato a considerare “uomo da sposare“, “persona per bene“, “perfetto padre di famiglia“. La mostra Masculinities: Liberation through Photography esplora al contrario i diversi modi in cui la mascolinità è stata vissuta, interpretata, codificata e costruita socialmente in fotografia e nei film dagli anni ‘60 a oggi.

Non solo di machismo, eterosessualità, forza, ma la raffigurazione della mascolinità in forme molteplici, dove la contraddizione e la complessità mostrano quanto sia diverso l’uomo rispetto a quanto si creda. Esempi emblematici, lo scatto di Thomas Dworzak che nel suo progetto Taliban mostra le foto di due combattenti talebani ritrovate a Kandahar: due soldati, duri e indottrinati, che posano il fucile e si fotografano mano nella mano. Il trucco, la dolcezza e la posa mostrano due esseri umani completamente diversi. Oppure i soldati che dormono, la testa sulla spalla, di Adi Nes. 
Dagli anni della rivoluzione sessuale, delle lotte per i diritti civili, della nascita del movimento per i diritti dei gay, gli anni della controcultura, il racconto della mascolinità si è fatto meno univoco. I cambiamenti sociali sono fissati dagli scatti di Robert Mapplethorpe, Richard Avedon, Laurie Anderson, Hal Fisher, Sunil Gupta e Peter Hujar (questi ultimi due celebri per le foto di vita gay tra San Francisco, New York e la Londra repressiva della Thatcher). Documentando fotograficamente la ricerca sull’identità sessuale (queer), sull’idea di razza (solo in anni relativamente recenti ad esempio i neri e gli afroamericani si sono riappropriati della loro unicità di corpo rispetto ai bianchi e gli scatti di Samuel Fosso ce lo ricordano), sul potere e il patriarcato, sugli stereotipi della mascolinità dominante (l’essere forti, refrattari alle emozioni) e della famiglia, la mostra propone un percorso al termine del quale appare chiaramente come la mascolinità abbia una miriade di forme e sia piena di sfaccettature e complessità. 


Abbracciando l’idea di molteplici “mascolinità“ e rifiutando l’idea di un singolare “uomo ideale“, la rassegna londinese - che accoglie ogni mattina intere classi di studenti ed ha un fitto programma di laboratori - vuole sostenere la comprensione della mascolinità libera e liberata dalle aspettative della società e dalle norme di genere.  Anche se si parte dagli anni ‘60, l’esposizione del Barbican è assolutamente in linea con i tempi, anzi precorritrice, se si considera l’attuale politica globale caratterizzata da leader mondiali maschili che si pongono pubblicamente come uomini ‘forti’, mentre proprio gli effetti collaterali della mascolinità tossica sono sotto i nostri occhi e hanno generato tra l’altro il movimento #MeToo e portato in tribunale un simbolo di quel dominio maschile come Harvey Weinstein, due volte colpevole e che sta rischiando una pena fino a 25 anni di prigione.
Tra le foto più interessanti, l’immensa parete con i ritratti di Piotr Uklanski degli ufficiali nazisti e i loro omologhi al cinema e gli scatti di Hal Fischer sulla Gay Semiotics: i codici gay della comunità di Castro ancora vivi oggi dagli anni ‘70 ossia la pelle, i baffi, le canottiere, i calzini bianchi, il fazzoletto nella tasca dietro dei jeans, le chiavi portate fuori, ossia gli speciali segnali della comunità diventati in anni di repressione dei codici fashion per comunicare gli uni con gli altri. Da uomo a uomo.