Giovanni Bogani
Giovanni Bogani

Si celebra oggi a Roma la prima ’Giornata nazionale dello spettacolo’. E non è, non deve essere, un nome vuoto, una celebrazione superficiale, un buffetto sulla guancia a migliaia di lavoratori dello spettacolo. Questa giornata arriva ad un anno esatto dalla chiusura totale di cinema e teatri, nell’ottobre 2020, per l’arrivo della seconda ondata di pandemia. Arriva a un anno dal momento più buio.

Adesso i teatri riaprono. Ma chi ci lavora cammina ancora su una lastra di ghiaccio sottile, pronta ad incrinarsi. Una lastra di ghiaccio fatta di precarietà, di spettacoli che non sono stati ripresi, di un ritorno del pubblico ancora incerto, frenato. Anche per questo è nata la ’Giornata nazionale dello spettacolo’. Che diventerà appuntamento fisso. "Non sarà mai possibile compensare le artiste e gli artisti di questo settore per ciò che hanno perduto", dice il ministro della cultura, Dario Franceschini.

"La possibilità di esibirsi in pubblico è stata preclusa per oltre un anno: un trauma molto forte, che scatena forte emozione in chi finalmente torna a calcare le scene". Prosegue il ministro: "Grazie ad una attenta politica di ristori è stato possibile scongiurare la perdita di figure professionali così importanti". Ma la guerra, per chi lavora nello spettacolo dal vivo, non è ancora finita.

Ieri, nella Sala Sinopoli dell’Auditorium parco della musica di Roma, nell’ambito della Festa del cinema, è stato presentato il film documentario ’Grido per un nuovo Rinascimento’. Lo hanno diretto Elena Sofia Ricc, da Elisa Barucchieri e Stefano Mainetti, musicista e compagno dell’attrice. "Il nostro ‘Grido’ non è un pamphlet, un attacco, una protesta: è uno spettacolo filmato", dice Stefano Mainetti, autore di molte colonne sonore per il cinema. "Uno spettacolo per far capire una cosa semplice: che la gente di teatro, gli attori, gli autori, le maestranze, non sono persone che ‘si divertono’, ma che lavorano. E molto spesso sono lavoratori precari, senza assicurazioni, senza ammortizzatori sociali. Gente che lavora giorno e notte, e che ha visto sparire di colpo tutte le sue fonti di sostentamento".

Alcuni giorni fa, all’evento ’Dietro le quinte’, forum sulla ripartenza del teatro e dell’audiovisivo organizzato da Quotidiano Nazionale presso la Villa reale di Monza, Elena Sofia Ricci aveva anticipato questi temi. "Se, da un lato, grazie ai ristori l’audiovisivo ha ripreso in maniera molto buona, tutto quello che è stato dato per lo spettacolo dal vivo si è fermato a salvare i teatri che dovevano pagare stipendi pregressi. Ma tutti i lavoratori del teatro, comprese le maestranze, le maschere, i tecnici, stanno vivendo momenti drammatici".

"Certo – aggiunge Elena Sofia Ricci – è doloroso accorgersi che si fa fatica a far capire che creare il ‘tempo libero’ altrui coincide con il nostro mestiere. Il mestiere di artisti, danzatori, musicisti, circensi, fonici, sarte, costumisti, fonici: ci sono migliaia di famiglie che vivono grazie al lavoro di chi opera nel settore dello spettacolo. Abbiamo visto proprio nel lockdown quanto sia importante lo spettacolo, anche per la salute mentale di tutti noi. E noi produciamo una fetta importante del Pil: quanto più si investirà nello spettacolo, tanto più lo spettacolo porterà al paese. Non ci dimenticate".

Al faccia a faccia di Monza – a cui hanno preso parte anche il regista e produttore Federico Bellone, Marco Giorgetti (direttore del Teatro della Toscana), il fondatore di Show Bees e direttore del Teatro Arcimboldi di Milano Gianmario Longoni e Stefano Scherini (co-fondatore e consigliere di Unita) – ha lasciato la sua testimonianza anche l’attore Fabrizio Gifuni. "I teatri sono piazze aperte sulla città, sono luci di civiltà, di condivisione. Ma molti teatri non sono in grado di riprogrammare le loro stagioni, perché ci vuole tempo per preparare un allestimento. E a Roma, gli spettatori avranno l’amara sorpresa di scoprire quanti teatri riapriranno come sale congressi e non più come spazi teatrali. Dobbiamo difendere a tutti i costi questi luoghi perché le città senza teatri – ma anche librerie, cinema, biblioteche – diventano delle paludi tristissime".