11 settembre: il ricordo 20 anni dopo
11 settembre: il ricordo 20 anni dopo
Siamo tutti americani? Forse una volta, vent’anni fa quando Al Qaeda colpì al cuore l’America e quando l’Occidente intero si schierò dietro la nazione simbolo dei propri valori. Oggi non più. Oggi non sono americani nemmeno tutti gli americani. E in realtà mai in quasi due secoli e mezzo sono apparsi tanto divisi. Mai tanto depressi. Mai tanto consapevoli di non essere più quelli di prima dell’11 settembre 2001. Mai tanto umiliati per la peggiore disfatta militare della loro storia. Ieri a Ground Zero, New York, dove si alzavano le torri del World Trade Center, se n’è avuta la conferma. Dei presidenti ancora in vita c’erano quello attuale Joe Biden e quello di cui lui era il pallido vicepresidente, Barack Obama. Anche Bill Clinton. Tutti democratici. La...

Siamo tutti americani? Forse una volta, vent’anni fa quando Al Qaeda colpì al cuore l’America e quando l’Occidente intero si schierò dietro la nazione simbolo dei propri valori. Oggi non più. Oggi non sono americani nemmeno tutti gli americani. E in realtà mai in quasi due secoli e mezzo sono apparsi tanto divisi. Mai tanto depressi. Mai tanto consapevoli di non essere più quelli di prima dell’11 settembre 2001. Mai tanto umiliati per la peggiore disfatta militare della loro storia. Ieri a Ground Zero, New York, dove si alzavano le torri del World Trade Center, se n’è avuta la conferma. Dei presidenti ancora in vita c’erano quello attuale Joe Biden e quello di cui lui era il pallido vicepresidente, Barack Obama. Anche Bill Clinton. Tutti democratici.

La cerimonia a New York. Springsteen canta e commuove

Il repubblicano George W. Bush era a Shankasville (Pennsylvania) dove si schiantò un altro aereo bomba destinato alla Casa Bianca. Il repubblicano Donald Trump a Ground Zero c’è andato molte ore dopo per non incontrare il successore. Divisi anche nel ricordo. Trump avrebbe detto qualche parola la sera in Florida nella più curiosa delle circostanze: durante un incontro di boxe fra Evander Holyfield e Vitor Belfort. Esibizione ovviamente, data l’età più che rispettabile dei due campioni. Non c’erano Jim e Rosalynn Carter. Assenti giustificati. Sono nonagenari e non scoppiano di salute. Anche le commemorazioni suonavano come un atto dovuto, nella certezza che il giorno dopo sarebbero sparite dalle prime pagine dei giornali. Anche di quelli che, in odio a Trump, in campagna elettorale hanno dato il loro endorsement a Biden. Anzi, proprio ieri il New York Times gli ha inferto un colpo crudele. È molto dubbio – ha scritto – che l’ultimo raid ordinato dal presidente abbia sventato un altro attentato all’aeroporto di Kabul. Su quell’auto c’erano dei civili. E la bomba ha ucciso 11 persone fra cui sette bambini. Un’altra sconfessione.

Un’altra delusione, peraltro prevedibile, da parte di un politico che in 48 anni "non ne ha mai indovinata una". Così Robert Gates, ex segretario alla Difesa sotto il repubblicano George W. Bush e sotto il democratico Barack Obama. La Reuters nota che "anziché promuovere unità (come aveva promesso, ndr) Biden si trova confrontato con una nazione piena di rabbia e di vergogna per la caotica evacuazione da Kabul e per il fallimento e la disfatta".

Altra rivelazione: due settimane fa a Dover, Delaware, dove sono arrivati i resti dei 13 soldati uccisi a Kabul da un kamikaze, sono volate parole pesanti. Biden appariva chiaramente imbarazzato. Guardava l’orologio. Non vedeva l’ora che finisse. Una madre gli ha urlato: il sangue di mio figlio è sulle tue mani. Un padre ha commentato: gli ho detto tutto quello che pensavo.

Rabbia a parte, la percezione comune è che l’America sia non solo in declino ma vulnerabile come mai prima. Lo confermano i sondaggi. E questo vale sia per i calanti sostenitori del presidente sia per i suoi crescenti oppositori. Scrive Michael J. Allen, storico alla Northwestern University: "Abbiamo acquisito un amaro realismo sui limiti e i pericoli delle nostre capacità". Ma dietro questa amara, comune consapevolezza non c’è alcuna comune volontà di reazione.

All’indomani di Pearl Harbor l’intera nazione si strinse attorno a Franklin D. Roosevelt. All’indomani dell’11 settembre 2001 l’intero Congresso approvò l’intervento in Afghanistan e poi (anche Biden) la guerra preventiva contro l’Iraq. Nei momenti delle grandi sfide esterne la sua classe politica e l’opinione pubblica hanno sempre fatto quadrato. Oggi ancora tre americani su dieci ritengono che Biden abbia fatto bene a fuggire in quella maniera dall’Afghanistan. L’America rimane spaccata. E in Congresso i repubblicani puntano a riguadagnare la maggioranza fra un anno nelle elezioni di medio termine.

(cesaredecarlo@cs.com)