Israele, stop alla riforma sulla giustizia. Netanyahu più isolato e l’estrema destra insiste: "Penseremo poi ai giudici"

La bocciatura della Corte Suprema arriva dopo le proteste di migliaia di israeliani

Benjamin Netanyahu
Benjamin Netanyahu

Con l’ambiziosa riforma giudiziaria bloccata lunedì dalla Corte Suprema, il premier Benjamin Netanyahu cercava di consolidare un nuovo assetto istituzionale in Israele. Nei progetti dell’ideologo del Likud, il ministro della giustizia Yariv Levin, avrebbe garantito al suo partito il controllo non più solo sul potere esecutivo e sul legislativo (la Knesset) ma anche – almeno in forma indiretta – sulla Corte Suprema. Una prospettiva contro la quale da un anno masse di israeliani hanno tenacemente lottato nelle strade, tutte le settimane, per mesi.

Ma ora la Corte Suprema ha bloccato seccamente quei progetti: forse non per sempre, ma probabilmente fino alla fine della guerra a Gaza. Ha stabilito che non può essere accettato l’annullamento della ‘Clausola di ragionevolezza’: ossia quella pratica che finora ha sempre conferito alla Corte medesima la facoltà di annullare provvedimenti o nomine decise dal governo come tale o da singoli ministri, quando esse siano palesemente irragionevoli. Perché altrimenti, in assenza di una Costituzione – ha rilevato la presidentessa della Corte, Ester Hayut – il cittadino si troverebbe del tutto disarmato di fronte al potere. Ha anche stabilito – con una sentenza che viene definita adesso ’storica’ – che la Corte Suprema ha la facoltà di annullare in casi estremi anche leggi fondamentali approvate dalla Knesset. La destra israeliana ha cercato in tutti i modi di rinviare il più possibile la pubblicazione di quella sentenza, puntando anche sul fatto che Hayut esce adesso di scena per raggiunti limiti di età.

Dopo la pubblicazione, ha subito coperto di critiche i giudici accusandoli di una "totale assenza di sensibilità per aver pubblicato una sentenza così controversa, proprio mentre i nostri ragazzi lottano a Gaza sotto il fuoco di Hamas". Nei social di destra, che sosten gono Netanyahu a spada tratta, viene inoltre rilanciata la tesi secondo cui il feroce attacco di Hamas del 7 ottobre sarebbe avvenuto proprio per colpa del movimento di protesta contro la riforma giudiziaria di Netanyahu, quando per mesi si moltiplicavano fenomeni di disagio nelle forze armate. Quelle lacerazioni interne avrebbero allora incoraggiato i nemici di Israele a passare all’offensiva. Questo genere di critiche evita tuttavia di considerare che fin da aprile il ministro della difesa Yoav Gallant e poi, nei mesi successivi, tutti i responsabili delle forze armate e dei servizi di sicurezza avevano cercato di convincere Netanyahu a non perseverare nella riforma giudiziaria nella sua versione radicale, così come era stata concepita dal ministro Levin, e di puntare piuttosto ad un accordo nazionale con la opposizione.

La destra comunque non si dà per vinta. Il presidente della Knesset Amir Ohana (Likud) ha ribadito che la Corte Suprema non ha alcuna veste per annullare una legge fondamentale e ha

anticipato che la questione sarà di nuovo sollevata al momento opportuno. Più esplicito il presidente di una commissione parlamentare, Zvi Vogel del partito di estrema destra Potere ebraico: "Prima – ha detto – sconfiggeremmo Hamas, poi gli Hezbollah, quindi metteremo ordine nella Corte Suprema. Occorre pazienza". Intanto per Netanyahu – che da quasi quattro anni è sotto processo per corruzione e frode – le grane non sono finite. Sul tavolo di Hayut c’è un’ultima sentenza che sta per essere pubblicata. Riguarda le circostanze per le quali un premier sarebbe impossibilitato di svolgere il proprio compito. I suoi avvocati affermano che è talmente impegnato con la guerra, che non riescono più a concordare la linea difensiva. In passato Netanyahu aveva assicurato alla Corte che lo svolgimento del processo non avrebbe interferito con le sue responsabilità da premier.